Guida alla lettura continua del libro dell'Esodo

Seconda parte del libro dell'Esodo: 

Sul Sinai : prima parte Es 19-31

 

Per leggere una breve Introduzione alla lettura delle pagine che riguardano i racconti dell'Esodo vai a:

Terza tappa. Le prime letture della Terza Domenica di Quaresima e la terza lettura della Veglia Pasquale riguardano i racconti dell'esodo, focalizzati sulla figura di Mosè: il passaggio del mare (Terza lettura della Veglia pasquale), la protesta del popolo, l'invocazione di Mosè e la risposta di Dio nel deserto (Prima lettura della terza domenica di Quaresima Anno A), le dieci parole (Anno B), l'incarico di Dio e le difficoltà di Mosè (Anno C).

Riassumiamo questa tappa sotto il titolo:
L'E
SODO. La terra è per uomini liberi. Dio fa strada con l'uomo.

Israele come "popolo" libero.
 

 

Guida per la lettura continua

 

Schema generale del libro dell'Esodo:

 

1. 1,1-15,21:             Il racconto della liberazione

2. 15,22-18,27:         Il Signore è in mezzo a noi o no?

3. 19-24:                  Lo statuto di una nazione santa

4. 25-31:                 Il modello del Tabernacolo

5. 32-34:                 L’infedeltà del popolo e la rinnovata fedeltà di Dio

6. 35-40:                 L’opera obbediente di Israele

 

 

 

Es 19,1-24,18 La carta costituzionale di una nazione santa

 

La sezione del Sinai è centrale nel libro dell’Esodo e nella fede di Israele. Mosè, partito dal Sinai, al Sinai fa ritorno con il popolo al quale aveva riferito la parola di Dio “Voi servirete Dio su questo monte”. La risposta del popolo all’inizio (19,8) e alla fine (24,7) “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo” segna il passaggio dalla “servitù” del Faraone al “servizio” di Dio, dal quale il popolo riceve direttamente le “dieci parole” (20,1-17) e, per il tramite di Mosè, tutte le altre leggi (21,1-23,33). In tal modo, queste leggi fanno di ogni ambito della vita un luogo di “servizio” di Dio, e le tribù liberate diventano una “nazione santa” (Es 19,6). L’ultima salita di Mosè sul monte (24,12-18) per ricevere le dieci parole in forma scritta (le due tavole) prepara il seguito del libro per quanto riguarda l’infedeltà del popolo in assenza di Mosè e le istruzioni per costruire “l’arca”, segno della “presenza” del Signore.

 

 

Es 25,1-31,18 Il modello per la “presenza”

 

Sei discorsi di Dio a Mosè (Cf “Il Signore parlò a Mosè” in 25,1; 30,11.17.22.34; 31,12).  Nel primo, il discorso più lungo, Dio dà a Mosè le istruzioni per la costruzione della “tenda” e delle sue “suppellettili”, segno della sua “presenza”  in mezzo al popolo. Si noti che queste istruzioni sono date nel “settimo giorno”, che a sua volta è il segno temporale della presenza del Signore. Ugualmente, le istruzioni circa il sabato  faranno l’oggetto dell’ultimo discorso di Dio a Mosè in Es 31,12-17, e del primo discorso di Mosè alla comunità dopo il racconto dell’infedeltà del popolo e del rinnovamento dell’alleanza, in Es 35,1-3. Il collegamento con la prima menzione del sabato in Gen 2,3, insieme  con altre caratteristiche del testo, mostrano che la costruzione del “santuario della presenza” è vista come compimento dell’opera benedicente di Dio nella creazione (cf Gen 2,3 “Dio benedisse il sabato e lo consacrò”).

Nonostante dunque la loro importanza, si tratta di un tipo di pagine del tutto trascurate dai lettori cristiani. La liturgia non le legge mai in nessuna occasione. Quando le si prende in considerazione, si suggerisce di interpretarle come metafora di un non meglio precisato “interiore atteggiamento religioso di adorazione”. Forse, si tratta delle pagine che più richiedono ai cristiani una “conversione” dal loro senso di superiorità spirituale rispetto a una supposta esteriorità materiale del culto ebraico. Qualsiasi lettore attento, cristiano o ebreo, può accorgersi che queste pagine non sono realisticamente “descrittive” di ciò che dei gruppi nomadi sarebbero stati in grado di “costruire” nel deserto. Al di là del fatto che, dal punto di vista storico, queste pagine possano essere scritte durante o dopo l’esilio e proiettino all’indietro delle realtà di molto posteriori ai tempi dell’esodo, resta il fatto che esse sono scritte per lettori che non pensano nemmeno lontanamente di doverle “mettere in atto” nelle situazioni a loro contemporanee. Dunque, che senso ha la loro lettura?

Si dovrà tener presente il collegamento con il libro della Genesi, suggerito dalla collocazione temporale nel giorno del sabato (Es 24,16). Il problema principale che abbiamo evidenziato nei racconti fondanti della Genesi era quello del desiderio dell’uomo di entrare in un rapporto privilegiato di comunione con Dio. Ora queste pagine arrivano al momento della “costituzione” del popolo come “nazione santa” per dire esplicitamente almeno due cose: primo, che un incontro con Dio è possibile; secondo, che, nella vita ordinaria, la presenza di Dio è accessibile ma solo in modo mediato, e non diretto, attraverso la vita regolata della comunità credente. Gli “oggetti” che costituiscono nel loro insieme il segno della “presenza” non sono spiegati nel testo in modo didattico, ma alcune frasi ne possono indicare l’orientamento simbolico.

 

1) L’arca (Es 25,10-16) ha la funzione di contenere la “testimonianza” data da Dio, i comandamenti. Essi sono il segno dell’identità di un popolo, che prima del Sinai era soltanto “un gruppo di ebrei” (letteralmente si potrebbe tradurre un gruppo di “gente in sovrappiù”), ma che nell’ascolto e nel servizio diventa “regno di sacerdoti e nazione santa”.

Un tale segno di “identità” non ha più niente da dire alle tante “alienazioni” di oggi?

 

2) Il coperchio (o propiziatorio, Es 25,17-22) è posto in relazione con “le testimonanze” e gli viene attribuita la funzione di indicare il luogo di incontro per la comunicazione delle parole e degli ordini del Signore (25,22). Il termine che le traduzioni italiane in genere traducono “propiziatorio” deriva dal verbo che significa “coprire”, e in questo caso (come apparirà anche dal libro del Levitico) rimanda al “coprire, isolare, superare” il potere e il pericolo del peccato. Dopo l’ascolto delle “testimonianze”, il “coperchio” fa presente la possibilità di “ricominciare” dopo i fallimenti dell’ascolto, la possibilità di superare il circolo vizioso degli inganni e degli odi, anche interni, che caratterizzavano la servitù in Egitto e che accompagneranno il cammino nel deserto.

Questo “strano” oggetto che traduce in immagine l’azione rinnovante del perdono divino non avrebbe più niente da dire a una società narcisistica e chiusa in sé stessa che non crede più a nessuna “rivoluzione”, che non sa più dove attingere “nuove” forze? 

 

3) La tavola dei pani della presenza (Es 25,23-30): indipendentemente dal suo eventuale significato originario (offerta a Dio o invito a mangiare alla presenza di Dio), al centro della vita simbolica del popolo sta un segno duraturo di offerta e promessa di nutrimento. Dalla scarsità di cibo sofferta durante la servitù in Egitto il popolo passa all’abbondanza promessa da Dio, che, qualora condivisa, lascia ancora disponibili sette cesti o dodici canestri. Se poi si tiene conto dell’episodio della manna (Es 16), non si potrà non ricordare i suoi principi “economici” : il sufficiente per tutti, il non accumulo, il surplus di grazia.

Questa “tavola” non avrà più niente da dire in un mondo dove o scarseggia il pane o scarseggia la gioia di condividerlo?

 

4) La lampada (Es 25,31-39): il testo si limita a dire ciò che è ovvio, che le lampade sul candelabro “illumineranno lo spazio davanti ad esso”. Tuttavia, il luogo in cui il candelabro è sistemato mostra ciò che in ogni luce va oltre l'aspetto pragmatico di "illuminazione". Nel primo racconto della Genesi, l’azione di Dio che crea, che rende vivibile lo spazio caotico del cosmo, inizia con la luce che scaccia le tenebre (Gen 1,3). Durante la servitù in Egitto, gli ebrei hanno conosciuto il ritorno delle tenebre (Es 10,21-29), ma hanno anche sperimentato la salvezza che viene dalla luce: “ma per tutti gli israeliti vi era luce là dove abitavano” (Es 10,23) e dalla “nube luminosa” che li guida per il deserto (Es 13,21-22) o li separa dall’esercito oppressore (Es 1,19-20).

Questa lampada non avrebbe più niente da dire oggi, quando ancora “popoli camminano nelle tenebre” dell’odio e dell’oppressione e risulta così difficile trovare o indicare una via sicura?

 

Come la storia dell’albero della vita trova la sua piena conclusione nel libro dell’Apocalisse (cf Ap 2,7; 22,2.14), così anche i segni della “presenza”: le sette lampade (Ap 4,5); l’arca dell’alleanza nel santuario celeste che si apre (Ap 11,19);  la Tenda della testimonianza riempita di gloria (Ap 15,5-8); l’Agnello che diventa lampada e Dio stesso che diventa sole e luna per la città (Ap 21,23), luce per il cammino delle nazioni  (Ap 21,24) e luce che scaccia via ogni tenebra (Ap 25,5); infine la “dimora di Dio con gli uomini” (Ap 21,3) sono tutti segni che mostrano il compiersi del desiderio dell’uomo del giardino e del popolo credente di entrare nella piena comunione con Dio, di vedere saziata ogni sua sete (Ap 22,17).

Una simile pedagogia e storia di “dono”, tradotta e vissuta nel culto, nei suoi riti e nei suoi oggetti, in una parola nei suoi “sacramenti”, non ha più niente da dire in un mondo dove i rapporti personali sono spesso sopraffatti dalla cultura della concorrenza, della carriera, del consumismo, dell’efficientismo, in una parola, della lotta?

Non avremo più da costruire una tenda nel deserto, ma non è certo finito il tempo di comprendere e costruire i segni di una “presenza” sempre da rinnovare e sempre rinnovante.