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pagina 2 Lettura continua dei Libri dei Re
pagina 3 Dire Dio nella storia. Guida di lettura e riflessione sulla salita al trono di Salomone
Per leggere una breve Introduzione alla lettura delle pagine che riguardano i racconti di Abramo vai a:
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Quarta tappa. Le prime letture della Quarta Domenica di Quaresima e la quarta
lettura della Veglia Pasquale riguardano i racconti della monarchia,
focalizzati sulla figura di Davide e sul tema della terra, con la sua capitale
davidica: la città di Gerusalemme, fondata sulla giustizia (Quarta lettura
della Veglia pasquale), la scelta di Davide (Prima lettura della quarta domenica
di Quaresima Anno A), la scacciata dalla terra (Anno B). la prima pasqua nella
terra (Anno C). Riassumiamo questa tappa sotto il titolo: |
Il Libro dei Re come narrativa teologica
Guida di lettura
La seconda parte del Libro dei Re 1Re 12-2Re 17
La terza parte del libro dei Re (2Re 18-25)
Prima parte 1 Re 1,1-11,43 Il regno di Salomone
1) 1 Re 1,1-53 Come Salomone divenne erede al trono di Davide
2) 2,1-46 Salomone consolida il suo potere
Riflessione
1. Diversi modi di leggere questi capitoli: storia, politica, letteratura
4. Dire Dio nella storia umana: una sfida per ogni tempo.
5. La sovranità di Dio e la libertà umana.
I libri dei Re
Il Primo e il Secondo Libro dei Re ricoprono più di quattrocento anni di storia, dalla morte di Davide e dalla salita al trono di Salomone nel decimo secolo fino alla liberazione dall'esilio del re Ioiachin, nel sesto secolo. La storia comincia con gli intrighi di corte che portano Salomone al potere, si dilunga sulle sue molte realizzazioni e sulla sua fama, ed evidenzia i precedenti che egli pone per il sincretismo dei suoi successori. Fin dall'inizio il lettore è condotto ad osservare l'intreccio tra la volontà umana e la volontà divina. Un tale intreccio di volontà continua ad essere evidente nel resto della storia della monarchia, dalla divisione del regno in due tronconi, Giuda e Samaria, fino alla caduta di Gerusalemme. Nella arena caotica della storia e tra gli intrighi di corte, guerre fratricide e conflitti internazionali, il racconto mantiene costantemente la fiducia che la volontà di Dio si fa strada. La storia nel suo insieme testimonia a favore di un senso divino in mezzo alla confusione degli avvenimenti. Nonostante l'impressione che gli affari del mondo sono determinati da manovre politiche e contese militari di personaggi inaffidabili e spregevoli, è Dio che avrà alla fine l'ultima parola quando tuto sembra detto e fatto. La storia simuove inesorabilmente secondo la volontà sovrana di Dio.
I due libri biblici ora conosciuti come Primo e Secondo Libro dei Re costituivano in origine una sola opera. La divisione artificiale in due libri fu introdotta dalla versione Greca della Settanta, dove i materiali ora conosciuti come Primo e Secondo Libro di Samuele e Primo e Secondo Libro dei Re sono suddivisi in quattro parti più maneggevoli chiamate "Libri dei Regni" (la suddivisione in capitoli e versetti fu introdotta soltanto nel periodo medioevale). Così il punto di divisione tra i libri attuali appare del tutto arbitraria. Si osserverà come la fine del Primo Libro dei Re (1Re 22,51-53) e l'inizio del Secondo Libro dei Re (2Re 1,1-18) formano insieme una singola unità letteraria che riguarda il regno di Acazia, al Nord. La tradizione ebraica pensò di fatto questi libri come un'unica opera, e fu soltanto nel tardo Medio Evo che, sotto l'influsso delle versioni greca e latina, una suddivisione in quattro libri cominciò ad apparire anche negi manoscritti ebraici. In tal modo, almeno da un punto di vista letterario, sarebbe più corretto parlare di un "libro dei Re" al singolare, invece che di "libri dei Re" al plurale.
Nella tradizione giudaica, il libro dei Re appartiene, insieme con i libri di Giosuè, Giudici e Samuele, all'insieme denominato come "Profeti anteriori", una collezione di opere che offre una interpretazione profetica della storia d'Israele dall'insediamento in Canaan fino alla fine della monarchia. Gli studiosi moderni chiamano questo corpus biblico con il nome di "storia deuteronomistica", poiché i racconti che ne fanno parte condividono un vocabolario, uno stile letterario e una prospettiva teologica che sono fortemente influenzati dal libro del Deuteronomio, che molti studiosi del resto considerano come l'introduzione al corpus. Anche se appare probabile che ci furono precedenti edizioni della storia deuteronomistica - durante i regni di Ezechia (715-686 a.C.) e di Giosia (640-609 a.C.) -, sembra chiaro che l'opera ebbe la sua forma attuale in qualche tempo durante l'esilio (586-539 a.C.). È questa forma finale, e non altri stadi ipotetici, che noi prenderemo in considerazione in questa breve guida di lettura.
1) Il Libro dei Re può essere diviso in tre parti. La prima parte 1Re 1-11 è focalizzata sul regno al tempo di Salomone. Il narratore spiega come Salomone è succeduto a Davide, pur non essendo il primo erede al trono, sopravvanzando le mire regali del fratello maggiore Adonia, che, lasciato in vita in un primo momento, viene invece ucciso per aver chiesto al fratello minore Salomone, ormai intronizzato, di avere in moglie la giovane Abisag, che aveva assistito Davide nei suoi ultimi anni (1Re 1-2; il "colpo di stato" di Abshalom fu già raccontato in 2Sam 15-19). Secondo il narratore, questa successione era secondo il volere di Dio, come fa dire allo stesso Adonia (cf 1Re 2,15). La promessa fatta a Davide si realizza dunque nell'accesso di Salomone al trono (cf 2Sam 7,12ss), così come anche la parola pronunciata contro il sacerdote Eli viene detta realizzarsi nella decisione di Salomone di mandare al confino Abiatàr (cf 1Sam 2,30-36). Fin dall'inizio, dunque, il lettore riceve il messaggio che l'intenzione di Dio si fa strada si stava facendo strada dietro tutti gli scandali e i progetti umani. La volontà divina si adempiva nonostante, e perfino attraverso gli espedienti e i complotti umani.
Subito dopo, il lettore viene introdotto nello svolgersi del regno di Salomone. L'immagine che ne viene data è mista (1Re 3,1-15). Salomone ha amato Dio, ma ha avuto anche altri amori, e le sue priorità non furono sempre ordinate (1Re 3,1-3). Tuttavia, Dio ha risposto all'amore imperfetto di Salomone e con misericordia gli garantì il dono della sapienza, dono sul quale Salomone costruì la sua fama (3,4-15), a partire dal primo giudizio raccontato della contesa delle due prostitute per il figlio (3,16-28). Il resto del racconto del regno di Salomone lo presenta come un re che aveva successo in ogni campo umano: era famoso, ricco, e potente (1Re 4,1-5,14). Tra le sue numerose realizzazioni fu la costruzione del Tempio e della reggia a Gerusalemme (1Re 5,15-7,51). Chiaramente, la dedicazione del Tempio, con le preghiere del re per lui e per il popolo (1Re 8), è un punto culminante nella struttura della storia, poiché il Tempio era il simbolo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo (1Re 9,1-5). Ma la presenza di Dio era assicurata solo fino a tanto che il popolo e il re restano fedeli (1Re 9,6-9). Già questa prospettiva della distruzione del Tempio inserita nel momento stesso che lo si inaugura, mostra che, per il narratore, Salomone non fu un re ideale. Egli, in molti modi, disattese le aspettative di un regno fedele espresse nel libro del Deuteronomio (Dt 17,14-20). In particolare, i molti amori di Salomone aprirono le porte ad ogni genere di compromessi (1Re 10,1-11,8). Da qui la promessa di Dio di dividere il regno in due (1Re 11,9-13), non però durante la vita di Salomone, anche se i suoi ultimi anni sono tormentati da nemici esterni ed interni (1Re 11,14- 43).
2) La seconda parte del Libro dei Re comprende gran parte del primo e del secondo libro (1Re 12-2Re 17) e riguarda i fatti del regno ormai diviso. Comincia con la secessione delle dieci tribù del nord sotto Geroboamo (1Re 12,1-25), che stabilì due santuari a Betel e a Dan, rivali del tempio del Signore a Gerusalemme (1Re 12,26-33). Il narratore interpreta questo gesto come una apostasia plateale, vedendola come l'orribile precedente di tutte le apostasie dei suoi successori. Di fatto, tutti i re di Israele (con questo termine si intende ora il regno del nord) saranno giudicati in base al loro mancato allontanarsi dalla "via di Geroboamo", e tutti faranno una misera fine (la conclusione di ogni regno è segnata dal ricorrere delle medesime frasi di giudizio, come un ritornello: cf 1Re 15,30.34; 15,2.7.19.26.31; 21,22; 22,52; 2Re 3,3; 9,9; 10,29.31; 13,2.6.11; 14,24; 15,9.18.24.28; 17,21-22). Geroboamo aveva instaurato come un modello di apostasia al nord, e, anche se restava possibile per i suoi successori la via del ritorno al Signore, tuttavia nessuno la intraprese. In tal modo, la distruzione del nord divenne inevitabile. Attraverso il resoconto dei re del nord, l'imperativo dell'obbedienza alle richieste di Dio viene messo in risalto, e il narratore vuole mettere in chiaro che la distruzione è la conseguenza della disobbedienza di Israele (2Re 17,7-41).
Nel mentre, in Giuda la promessa divina di una durevole dinastia davidica veniva preservata per la grazia assoluta di Dio. Diversamente da Israele, ci fu continuità sul trono di Davide in Giuda, secondo la promessa. Tuttavia, erano ugualmente valide le attese di fedeltà al Signore. Come i re del nord vengono giudicati per il mancato abbandono della via di apostasia di Geroboamo, così anche i re del sud vengono giudicati sulla misura di pietà stabilita da Davide (cf 1Re 14,8; 15,3-5.11; 2Re 14,3; 16,2). Diversamente dal regno del nord, tuttavia, ci furono alcuni buoni re nel sud, riformisti come Asa (1Re 15,9-15), Giosafat (1Re 22,41-50), Ioas (2Re 12,1-21). Eppure, anche questi re riformisti mancarono di fare tutto quello che era necessario per assicurare la cnetralizzazione del culto a Gerusalemme. Da qui, anche se Giuda avrebbe durato un po' più a lungo di Israele, era anch'esso incamminato sulla strada della distruzione.
3) La terza parte del libro dei Re (2Re 18-25) porta la sua attenzione sul regno di Giuda, essendo ormai il regno del nord distrutto a causa della sua persistente volontà di disobbedire a Dio (2 Re 17). Una speranza appare quando uno legge a proposito del regno di Ezechia e dell'intervento del profeta Isaia. In effetti, quando gli Assiri assediarono Gerusalemme non furono in grado di prendere la città e dovettero ritirarsi (2Re 18-19). Il destino di Giuda sembrò racchiuso nella persona di Ezechia, che fu in procinto di morire, ma a causa della sua pietà fu miracolosamente guarito e restituito per un po' di tempo alla vita (2Re 20,1-11), Eppure, non tutto andò per il verso giusto, poiché Ezechia, che era stato descritto come uno che aveva avuto fiducia in Dio, mise invece la sua fiducia nei Babilonesi e infine si preoccupò soprattutto di preservare il suo benessere (2Re 20,12-21). Ancora peggio per Giuda, a Ezechia successe Manasse, che distrusse quanto Ezechia aveva fatto di buono (2Re 21,1-18). Certamente, la controriforma eretica di Manasse apparve tanto orribile per il narratore che descrisse questo re come l'equivalente giudaico di Geroboamo. Come Geroboamo aveva portato Israele al peccato, così Manasse portò al peccato Giuda. A causa delle sue trasgressioni, il destino di Giuda fu segnato. Le pie riforme di Ezechia furono ridotte a nulla. Anche la profonda riforma di Giosia non potè salvare Giuda (2Re 22,1-23,30). Così Giuda fu infine distrutto, Gerusalemme devastata, il Tempio, simbolo della presenza di Dio, raso al suolo, e il popolo di Giuda esiliato.
Il Libro dei Re come narrativa teologica
Forse, il compito più arduo per il lettore del libro dei Re è quello di dargli un senso nella propria situazione. Certo, ci sono racconti memorabili che riscaldano il cuore, come quello di Salomone che riceve il dono della sapienza (1Re 3,4-15), o quello della sua rapida e semplice amministrazione della giustizia in un caso difficile (1Re 3,16-28). Ci sono anche storie che ovviamente testimoniano in favore del potere di Dio e del potere dei suoi profeti, come la vittoria di Elia sul Monte Carmelo (1Re 18,1-46) o la guarigione da parte di Eliseo del generale arameo lebbroso attraverso un bagno nel fiume Giordano (2Re 5,1-19). Sono i passaggi che troviamo sovente nei lezionari liturgici.
Eppure, ci sono molte parti che si ha difficoltà a pensare come Sacra Scrittura. Il libro è pieno di ogni genere di dettagli peculiari, nomi poco familiari di molti re e date dei loro regni, liste amministrative (1Re 4,1-34) e descrizioni pignole del Tempio e delle sue adiacenze (1Re 6,1-7,65). Molti dei racconti appaiono noiosi e ripetitivi (cf 1Re 15,1-16,28), orribilmente violenti (cf 2Re 9,1-10,36), eticamente provocatori (cf 1re 1,1-2,46); 13,1-33), o semplicemente strani (2Re 6,1-7; 13,14-21). La sfida nel leggere questi testi, come del resto tutto l'insieme, è quella di trovarvi un senso teologico.
A un primo livello, il libro dei Re ha l'apparenza di un documento storico. La presentazione degli eventi in sequenze cronologiche, le frequenti notizie cronologiche e di sincronizzazione tra i due regni del sud e del nord, l'uso e il riferimento a fonti storiografiche ("il libro degli atti di Salomone", "il libro degli annali dei re d'Israele", "il libro dgi annali dei re di Giuda"), sono tutti fattori che fanno rassomigliare il libro dei Re a un'opera di storia. Molto di quello che noi sappiamo di questo periodo, di fatto, deriva da questa fonte, e parte delle sue informazioni ha trovato conferma in iscrizioni estrabibliche e in resti archeologici.
Tuttavia, lo scopo del libro non è di presentare una storia comprensiva del periodo, come se fosse stato scritto per fornire una informazione generale sul tempo dell amonarchia. Piuttosto, per i suoi frequenti rimandi ad altri più completi rapporti (cf 1Re 14,19.29), il testo implicitamente ammette che sceglie di riportare soltanto i dati che gli interessano. La storia è decisamente una storia teologica. Essa ha a che fare con il farsi strada della volontà di Dio. Altri dati storici sono di secondario interesse per il narratore o, anche, di nessun interesse. Così, per esempio, Omri, che è conosciuto da fonti estrabibliche per essere stato un re potente, si merita soltanto delle notizie dipassaggio, poiché per il narratore egli era soltanto un re infedele e un fallimento agli occhi di Dio. Allo stesso modo, Achab è conosciuto per aver compiuto molte imprese militarie politiche, ma il narratore lo presenta come un re malaccorto e piuttosto debole. Nello stesso tempo, ci sono molte attraenti allusioni storiche che non possono essere verificate da altri riscontri, sincronismi che si contraddicono a vicenda, e luoghi che non è possibile identificare e la cui importanza non è possibile discernere. Anche se la ricerca su tali problemi storici può dare dei risultati soddisfacenti, il lettore dovrà tener presente che lo scopo del libro dei Re è quello di impartire una lezione teologica.
Prima parte 1 Re 1,1-11,43 Il regno di Salomone
1) 1 Re 1,1-53 Come Salomone divenne erede al trono di Davide
Probabilmente non si tratta, come si credeva, della parte finale di un "racconto della successione" preesistente (diversamente da quanto indica Bibbia di Gerusalemme in nota), ma ma di racconti apologetici scritti a difesa della legittimità dell'accesso al trono da parte di Salomone. Il modo con cui il racconto comincia in ebraico, "Ora, il re Davide..." ("ora" non tradotto in italiano) è tipico anche di molti altri passi biblici che suppongono sì dei precedenti come già noti, ma iniziano una nuova storia (cf Gen 18,11; 24,1: Gs 13,1; 23,1; 1Sam 17,12; 1Sam 1,1; Gb 1,1; Rut 1,1).
1,1-4 Decadimento di Davide. Vecchio e debilitato, nemmeno la più attraente ragazza in Israele riesce a scuoterlo (cf per contrasto 1Sam 25,3ss; 2Sam 11,2ss; 2Sam 3,1-5).
1,5-40 La successione è in questione. Adonia inizia un "colpo di stato" (cf le rassomiglianze con quello precedente di Abshalom 2Sam 15-18), appoggiandosi ai "conservatori", la "vecchia guardia" che aveva sostenuto Davide in Hebron, prima del suo regno a Gerusalemme (Joab capo della milizia, Abiatar capo di un ramo sacerdotale). Natan e Betsabea reagiscono: presentano Salomone come estraneo al complotto (1,19.26!) e quindi in pericolo, indicano il gruppo dei nuovi fedelissimi al vecchio re che possono sostenere la successione di Salomone (Tzadoc capo di un altro ramo sacerdotale, Benaiàhu capo della guardia del corpo e della "legione straniera"), si inventano una promessa di Davide a favore di Salomone, promessa mai riportata prima (cf la sequenza 1,13.17.24 ! ) e forzano quindi l'intervento di Davide che pronuncia ora il suo giuramento a favore di Salomone (1,30) e ne organizza la solenne intronizzazione (1,32-40).
1,41-53 La successione di Salomone è assicurata. Adonia interpreta il risuonare della festa come un sostegno popolare a proprio favore (1,42), ma è del tutto disilluso dalle parole di un suo informatore con un tre volte ripetuto "Anzi-In più": "In più, Salomone si è seduto sul trono... " (1,46), "in più, i ministri del re sono andati a benedire il nostro re Davide..." (1,47), "in più, cosi ha parlato il re..." (1,48). Già le parole stesse dell'informatore che parla del "nostro re Davide" (1,43.47, : nostro" non tradotto da Cei al v. 47) lasciano intravedere il venir meno dei sostenitori di Adonia, che di fatto lo abbandonano (1,49), non lasciandogli altra possibilità di salvezza che quella di cercare "asilo" nel santuario (1,50). Salomone lo grazia e lo rimanda a casa come semplice cittadino, ma le sue parole anticipano che una prossima rivendicazione del regno gli sarà fatale (1,52-53; la tecnica letteraria di anticipare fatti successivi o di richiamare notizie precedenti è sapientemente utilizzata dal narratore: cf 1,2.15 e 2 Sam 12,3).
2,1-46 Salomone consolida il suo potere
2,1-12 Davide morente conferma la successione di Salomone e gli dà le ultime istruzioni per vendicarsi dei suoi nemici e per premiare i suoi amici.
2,,13-25 Un ulteriore tentativo di Adonia di tramare per accedere al trono (avere in moglie la ragazza-concubina degli ultimi anni di Davide) gli è fatale: Salomone lo elimina facendolo uccidere.
2,26-46 Gli altri protagonisti del colpo di stato di Adonia sono anch'essi eliminati: il sacerdote Abiatar viene mandato al confino ad Anatot e il generale Ioab viene ucciso nonostante invocasse per sé il diritto di "asilo" essendosi rifugiato nel santuario del Signore. Infine, Shimei, che aveva sostenuto il colpo di stato di Abshalom e che aveva già goduto una prima volta del perdono di Davide (cf 2Sam 19,1-24), ora, dopo un'ulteriore trasgressione, pur del tutto secondaria, non trova più misericordia, e secondo le stesse istruzioni di Davide, viene anch'egli eliminato da Salomone (2,46a). La narrazione può così concludere che "il regno si consolidò nelle mani di Salomone" (2,46b).
1. Diversi modi di leggere questi capitoli: storia, politica, letteratura. Si tratta forse di un primo esempio di storiografia imparziale che presenta i personaggi per quello che sono, anticipando in Israele i grandi storici greci come Tucidide o Erodoto? Oppure si tratta di una pagina politica e propagandistica per legittimare la presa del potere da parte di Salomone a svantaggio dei suoi fratelli più grandi? O anche, infine, si tratta di un "romanzo" raccontato per un piacere estetico e letterario, pieno di personaggi ben contrastati, di dialoghi incisivi, di confitti, di suspense, di humor, di ironia, di dettagli di colore, di passioni? Tutti e tre questi modi di leggere sono possibili, anzi non si escludono affatto a vicenda.
2. Morale? Ciò che resta difficile è trovare in questi capitoli una lezione morale, se non per via negativa, in quanto i comportamenti dei diversi personaggi, a partire dai protagonisti Davide e Salomone, alla luce degli insegnamenti dell'intera Scrittura, sono profondamente deplorevoli. Vi troviamo furbizie, vendette, meschinità, inaffidabilità, evidenti disonestà. Se il punto primario del testo fosse la morale, il testo non potrebbe davvero "salire sul pulpito".
3. Teologia scandalosa? Cominciamo dal primo capitolo. Il narratore, certo pro-salomonico, discredita Adonia come apertamente ambizioso, impaziente, e portatore di divisione. Non è difficile concordare con lui. Invece di aspettare la morte del re e la decisione di lui in suo favore, egli cerca di impadronirsi del potere cercando l'appoggio di alcune fazioni nel paese. Tuttavia, i suoi oppositori non sembrano moralmente più convincenti. Betsabea e Natan cospirano per negare il trono ad Adonia e per farlo guadagnare a Salomone. Li si può addirittura accusare di "circonduzione di incapace", di profittare della senilità e dell'orgoglio di Davide, inventando di sana pianta un giuramento che fanno supporre Davide abbia fatto tempo addietro e gettando calunnie sul capo di Adonia. Attraverso la loro manipolazione del vecchio re, Salomone viene designato e pubblicamente unto come successore al trono. Ora un tale risultato, frutto di un vero e proprio intrigo di corte, il narratore non esita a presentarlo in termini teologici: la promessa di Dio a Davide si sta realizzando (1,36-37.47-48). La storia è decisamente scandalosa.
4. Dire Dio nella storia umana: una sfida per ogni tempo. Tuttavia, si dovrà riconoscere che attraverso la storia raccontata passa un messaggio che si direbbe quasi subliminale. In modo del tutto discreto, il racconto fa passare la convinzione che la volontà di Dio si fa strada pur dietro agli scandali e agli intrighi umani. Anzitutto, la salita al trono di Salomone può essere contraria a quello che il popolo poteva aspettarsi. Adonia era "molto bello", fiducioso, influente (1,6-9). Era giusto il tipo di persona che in genere il popolo sceglie a guida. In più, era il primo nella linea genealogica. Se avesse aspettato appena un po' più di tempo, uno potrebbe chiedersi, non sarebbe stato forse lui il prescelto alla successione? Adonia, tuttavia, cercò di imporre il suo volere e di conseguire il regno a modo suo. Tuttavia, la storia non sarebbe stata dettata dal volere umano. La promessa di Dio a Davide non sarebbe stata adempiuta per priorità di nascita o per ambizione personale. La promessa di Dio sdarebbe stata piuttosto adempiuta al modo proprio di Dio. attraverso uno scelto da Dio per ragioni non note in anticipo agli uomini. Questo è anche ciò che si impara da altre storie della Bibbia. La promessa di Dio ad Abramo, ad esempio, sarebbe stata adempiuta non da Ismaele (Gen 17,18), nato ad Abramo da Agar, e non da Eliezer, lo schiavo di Damasco che Abramo aveva adottato (15,2). Piuttosto, la promessa sarebbe venuta solo atraverso Isacco, che Dio aveva scelto (Gen 17,19-20). La scelta di Dio resta un mistero.
In contrasto con Adonia, Salomone è elevato al trono nonostante le improbabilità umane. Egli non era la scelta ovvia, secondo il costume della primogenitura. Di fatto non si dà nessun motivo per la scelta di Salomone, eccetto il senso che questa era la volontà di Dio. Certo, altri hanno complottato e progettato a suo favore, ma la narrazione pone Salomone al di sopra della rissa, almeno per il momento. Attraverso gli intrighi, Salomone rimane una figura passiva. Mentre Adonia esalta se stesso, Salomone è esaltato da altri, e da Dio. Questa è la semplice conclusione della storia: uno che cerca di elevare se stesso è portato giù, ma uno che non fa niente per promuovere se stesso è esaltato. Quella che si compie è la volontà di DIo, non quella di un principe ambizioso.
Il punto che il narratore acquisisce per Salomone come erede di Davide non è molto convincente da un punto di vista logico. Resta molto di ambiguo e perfino di discutibile. In più, al lettore stesso è offerta una scelta: se concorrere sì o no con il giudizio di quelli che hanno confessato che la volontà di Dio si è fatta strada nella realtà umana, nonostante, e talvolta attraverso i complotti umani.
In fondo, bisogna riconoscere che non si tratta di un racconto con una lezione morale. A nessuno si chiede di imitare quacuno dei personaggi del racconto, non un re come Davide, non un profeta come Natan, non una regina come Betsabea, non un sacerdote come Abiatar o Tzadoc, e nemmeno un "benedetto" come Salomone. Si tratta piuttosto di una semplice e memorabile storia, che un lettore moderno può apprezzare per il piacere stesso della lettura. Per un lettore, però, che prende il testo come Scrittura Sacra, questa storia accattivante è più che un intrattenimento. Essa pone un particolare dilemma di fede: se credere che ci sia una direzione divina dietro, e nonostante, tanti eventi scandalosi della storia. La Bibbia è piena di simili resoconti di sorprese di Dio: l'esaltazione di Giacobbe sopra il suo fratello più grande Esaù, anch'essa avvenuta attraverso imbrogli e inganni (Gen 25,29-34: 27,1-45); l'elezione di un popolo schiavo invece che di una nazione potente (Esodo); la scelta di Davide tra i suoi fratelli più grandi (1Sam 16); il trionfo di un piccolo ragazzo pastore su un temibile gigante (1Sam 17); la nascita di Salomone dal matrimonio di Davide con Betsabea, in seguito al loro adulterio e all'uccisione del marito di lei (2Sam 11-12). Si potrebbe anche dire che tutto questo costituisce il cuore della Bibbia: i propositi di Dio si fanno strada mentre la storia si muove secondo i progetti umani. Ma i complotti umani non fanno deragliare i piani divini.
Per il credente cristiano, gli scandali che tracciano la successione al trono di Salomone sono parte della storia evangelica, la buona notizia che Dio viene a noi proprio attraverso lo scenario della storia umana, attraverso esseri ordinari e tutti peccatori, come la genealogia di Matteo ci ricorda (Mt 1,1-17). La storia scandalosa della salita al trono di Salomone è solo una parte di una storia più grande di un piano divino che si fa strada. Il punto culminante di questa "storia" biblica arriva nello scandalo del vangelo, la venuta di Gesù, che è chiamato "figlio di Davide", nonostante le avverse circostanze che circondano la sua nascita e la sua morte. È lui, questo figlio di Davide, che Dio ha infine esaltato come re, e ora siede "alla destra della maestà nell'alto dei cieli" (Eb 1,3). Il messaggio subliminale in 1Re 1-2 è che Dio è all'opera, a dispetto dei complotti di Adonia e dei suoi sostenitori e perfino attraverso i criminosi intrighi dei sostenitori di Salomone. Un lettore che crede questo può essere pronto a rispondere con il narratore, secondo le parole pronunciate da Benaiàhu: "Amen! Così si pronunci il Signore, Dio del re mio signore" (1,36). Che la volontà del Signore possa compiersi.
5. La sovranità di Dio e la libertà umana. Se ora consideriamo più da vicino il secondo capitolo, da una parte esso certo non facilita il problema, anzi lo peggiora, poiché Salomone questa volta ci mette del suo in modo attivo, ma da un'altra parte esso ci offre un punto di riferimento. Nello stile deuteronomistico, il narratore introduce un ultimo discorso di Davide (2,1-9), così come aveva fatto per Mosè (Dt 33), Giosuè (Gs 23) e Samuele (1Sam 12). Ad una prima lettura, l'esortazione di Davide a Salomone "sii forte e comportati da uomo coraggioso" (cf Dt 31,1-6: Gs 1,1-9) sembra implicare che le azioni riprovevoli che subito dopo Salomone compie eliminando fisicamente tutti i suoi avversari facciano parte della realizzazione della promessa divina a suo favore e del suo compito di difendere il regno davidico.
Tuttavia, alcune cose sono da notare. Anzitutto, il narratore rimanda esplicitamente alla promessa di Natan, ma vi introduce un cambiamento notevole. Mentre in 2Sam 7,11-16 la promessa di Dio era incondizionata, qui invece essa è preceduta da un "se" : "Se i tuoi figli nella loro condotta si cureranno di camminare davanti a me con lealtà, con tutto il cuore e con tutta l'anima, sul trono d'Israele siederà sempre uno dei tuoi discendenti" (1Re 2,4). L'editore-narratore insiste con il vocabolario tipico del Deuteronomio sull'obbedienza della Torâ. A questo punto, il lettore di oggi non può fare a meno di chiedersi che cosa significhi essere fedele alla Legge, ciascuno nel proprio tempo di vita. In altre parole, il lettore dovrà accettare il mandato di fedeltà del testo senza necessariamente essere d'accordo con le applicazioni culturalmente condizionate di esso. Da una parte, il testo mostra l'importanza della fedeltà. Da un'altra, nello stesso tempo mostra come le persone, Davide e Salomone compresi, possono usare la lettera della Torâ per realizzare le loro ambizioni umane e giustificare le loro azioni fondamentalmente senza scrupoli. Il credente cristiano dovrà trovare il modo di onorare la "lettera della legge" in modi che siano sempre corispondenti allo "spirito della legge" (cf 2Cor 3,4-18).
Senza dubbio, c'è nel testo una tensione e un'ambiguità. Da una parte, si dice che la promessa di Dio implica che sia Salomone a salire al trono (2,15.24); da un'altra, Salomone deve essere fedele in tutto in modo che la promessa possa compiersi. Così come il testo poi continua, Salomone realizza questo suo compito difendendo la "casa di Davide" con ogni mezzo contro colpe di sangue, maledizioni e tradimenti. La tensione non è risolta.
Si incontrano qui due verità apperentemente non conciliabili circa le relazioni tra Dio e il suo popolo. Da una parte, c'è la fede nella sovranità di Dio, che porta avanti la sua "provvidenza" oltre le decisioni umane e nonostante i fallimenti umani. Da un'altra parte, c'è l'insistenza sulla fedeltà alle vie di Dio. C'è una dialettica tra un "controllo" di Dio sulla storia, da una parte, e dall'altra la libertà dell'uomo di prendere quelle decisioni che ritiene più opportune come risposta o non risposta alle esigenze della fedeltà. È una dialettica che le comunità credenti e le varie teologie non possono eludere. Esse nel corso della storia e nella varietà dei confronti mettono l'accento ora su un fattore ora sull'altro, ma non possono negare nessuno dei due. Sia la sovrantià provvidenziale di Dio sia la libertà dell'uomo devono essere affermate, come lo sono in questo passaggio del Libro dei Re.
Anche se, da una parte, la promessa è relativizzata e resa provvisoria dalla condizione posta sulla fedeltà dei destinatari, sono però anche relativizzati, dall'altra parte, i limiti della capacità umana di essere fedele fino in fondo per il fatto stesso dei fallimenti e della mortalità degli uomini. Dio porta avanti la promessa nonostante la discutibile e presuntuosa condotta degli esseri umani, nonostante la loro "limitatezza", la loro "fine".
È questo, in fondo, il significato del sommario conclusivo sulla vita di Davide e della menzione della sua morte in 1Re 2,1-12. Davide muore, ma la storia continua nel senso che Dio le ha impresso. La promessa di Dio implica ma trascende la presenza storica di Davide e di Salomone. Non c'è nessuna cessazione circa la richiesta di fedeltà da parte del popolo credente, ma il compimento finale della promessa si gioca sulla fedeltà di Dio alla sua parola.
In modo simile, lamorte e la sepoltura di Davide sono interpretate teologicamente nel Nuovo Testamento. La mortalità di Davide viene ricordata per puntare sulla trascendenza della volontà divina, così come si manifesta in Gesù Cristo (cf At 2,29; 13,36). La promessa di Dio non muore con Davide e con i suoi peccati, e nemmeno morirà con Salomone e le sue infedeltà.