Per leggere una breve Introduzione teologica al periodo che riguarda il libro delle Cronache vai alla presentazione della quarta tappa :
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Quarta tappa. Le prime letture della Quarta Domenica di Quaresima e la quarta
lettura della Veglia Pasquale riguardano i racconti della monarchia,
focalizzati sulla figura di Davide e sul tema della terra, con la sua capitale
davidica: la città di Gerusalemme, fondata sulla giustizia (Quarta lettura
della Veglia pasquale), la scelta di Davide (Prima lettura della quarta domenica
di Quaresima Anno A), la scacciata dalla terra (Anno B). la prima pasqua nella
terra (Anno C). Riassumiamo questa tappa sotto il titolo: |
tenendo conto anche della quinta tappa:
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Quinta tappa. Le
prime letture della Quinta Domenica di
Quaresima, con la quinta e sesta lettura della Veglia Pasquale, riguardano
le riflessioni profetiche circa il tempo del post-esilio, il sorgere del
giudaismo e le tensioni dell'ellenismo: Voi
tutti assetati, venite... (Quinta lettura della Veglia pasquale), Perché?...
Impara, ritorna... (Sesta lettura della Veglia pasquale), Rivivrete... (Prima lettura della quinta
domenica di Quaresima Anno A), L'alleanza nuova, la legge nel cuore (Anno B), Il
nuovo supera l'antico (Anno C). Riassumiamo questa tappa sotto il titolo: |
Editoriale introduttivo alla lettura delle Cronache sul n. 6 del Rimedio, Vita Nostra n. 20 del 2 giugno 2002
Sua madre custodiva tutti questi fatti
nel suo cuore
Percorso della Guida di lettura biblica nella Grande Novena Mariana
1. La frase del vangelo di Luca “la madre custodiva tutti questi fatti nel suo cuore” fa seguito a una frase precedente in cui di Maria e di Giuseppe si diceva che essi “non compressero” ciò che Gesù aveva detto loro (Lc 2,50). “Custodire” significa dunque ripensare, cercare di capire. Come sempre, è meglio non isolare la frase. Immediatamente prima, si dice che Gesù “scese con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso”, e immediatamente dopo si dice che Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,51-52). Tutte queste frasi sono in greco collegate dalla congiunzione “e”. Possiamo pensare che tra esse ci sia un collegamento logico? La catena sarebbe “obbedire - custodire - crescere”. Se Gesù cresce “in sapienza”, sarà forse senza un legame con il “custodire” di Maria, cioè con il “cercare” di capire quanto Giuseppe e Maria non avevano ancora compreso? Forse Gesù cresce perché obbedisce a chi non ha capito ma cerca di capire? In questo caso, Gesù a Nazaret non avrebbe cambiato di attività rispetto a quanto aveva detto nel Tempio: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). Forse, allora, non è importante se si è nel Tempio o nella falegnameria. Ciò che conta e ciò che fa crescere “in sapienza” è ciò che si cerca.
2. Nella Guida alla lettura continua dei testi biblici abbiamo seguito una traccia storica di tipo narrativo e cronologico, Abbiamo cominciato dagli “inizi” del libro della Genesi, letto attraverso la successione di “dieci generazioni” fondanti, siamo passati poi per gli avvenimenti dell’Esodo che generano un popolo “libero” ma nel “servizio” del Signore, e abbiamo osservato infine le vicissitudini di questa libertà nella storia della monarchia davidica e dei regni divisi del nord e del sud, attraverso la lettura dei due Libri di Samuele e dei due Libri dei Re, affiancata anche dalla lettura di un salmo (Sal 89), che trasformava in preghiera il senso salvifico di questa storia complessa, passata dalla gloria di Davide e Salomone al fallimento e alla profonda delusione dell’esilio. Prima di proseguire nello sviluppo storico, preferiamo ancora attardarci nella riflessione suscitata dall’esperienza drammatica dell’esilio, attraverso la lettura dei due Libri delle Cronache. Lo facciamo per due motivi. Il primo è che essi sono molto poco conosciuti dai cristiani: la lettura da 2Cr 36 nella Quarta Domenica di Quaresima (anno B) è una delle pochissime proposte dal Lezionario. Il secondo motivo è che i libri delle Cronache, letti nel loro insieme e non a pagine isolate, aiutano a comprendere come la spiritualità ebraica (e quindi anche cristiana) nasce e si approfondisce sempre a partire da una riflessione continuamente ripresa e “aggiornata” sul significato di salvezza contenuto nei fatti della storia. È vero che non abbiamo proposto finora la lettura di pagine tolte dai libri dei profeti. I libri delle Cronache, tuttavia, possono considerarsi il frutto maturo dell’incontro tra il messaggio dei profeti e la riflessione sapienziale sulla storia. Da questo punto di vista, la lettura delle Cronache non solo prepara ad affrontare gli avvenimenti drammatici dell’epoca ellenistica (persecuzioni e riscossa al tempo dei Maccabei) e romana (tempo in cui visse Gesù Cristo), ma anche può guidare il lettore cristiano a saper leggere i “segni dei tempi” e vivere una spiritualità “incarnata” e sempre “riattualizzata” nella concretezza dei fatti storici.
Antonio Pinna
Introduzione alla letttura del libro delle Cronache
Queste parti sono qui più ampie rispetto a quanto pubblicato sull'inserto del Rimedio
Libri delle Cronache: nome e significato della loro posizione nelle diverse tradizioni religiose
Come già per i due i libri di Samuele e i due libri dei Re, anche i due libri delle Cronache sono in realtà un unico libro, come appare anche dal fatto che il conto delle parole e delle sezioni, abituale nel testo ebraico, appare solo alla fine del secondo libro. La divisione in due libri fu fatta dalla traduzione greca della Settanta e passò quindi nella traduzione latina della Volgata, arrivando infine ad essere recepita prima nei manoscritti ebraici (1449) e poi nelle edizioni a stampa delle Bibbie ebraiche (Bibbia di Bomberg 1517).
Il titolo ebraico del libro è divrey hayyomîm, "parole-fatti dei giorni-degli anni", in una parola "annali", espressione che riproduce una frase usata sovente per indicare i "diari" delle imprese dei re (cf 1Re 14,29). Questo titolo, in realtà, si adatta solo in parte al contenuto del libro, che non è scandito né in giorni né in anni e non riguarda soltanto i fatti dei re, e soprattutto può trarre in inganno sulla natura dell'opera, facendo pensare che si tratti di un'opera di storia nel senso oggi abituale del termine. Il titolo dato da San Girolamo "Chronicon totius divinae historiae" in realtà poteva adattarsi meglio all'insieme del libro e soprattutto poteva suggerire meglio la natura quasi "profetica" del libro nella sua ricerca di un senso salvifico della storia.
Il titolo greco è "Paraleipómenôn", traslitterato in italiano con "paralipomeni", e interpretato in genere dai Padri come "notizie omesse" (dai testi precedenti Samuele e Re), mentre non è escluso che il suo senso originario fosse invece quello di "notizie trasmesse". Il senso di "notizie omesse" è incluso anche nella posizione che questi libri hanno nelle edizioni correnti, nel corpus dei libri cosiddetti "storici", dopo i libri dei Re e prima dei libri di Esdra, Neemia ed Ester (alcune tradizioni includono in questo gruppo anche i libri di Tobia, Giuditta e i due libri dei Maccabei). Il senso di "notizie omesse" è in ogni caso quello che indica meglio lo scarso uso che la tradizione cristiana fa di questi libri, rarissimamente presenti nelle letture liturgiche domenicali, e che perciò possono essere considerati, con le parole di un recente commentario, "il segreto più custodito della Bibbia".[1]
Più significativa è la posizione che i libri delle Cronache occupano nella tradizione ebraica, la quale non parla di "libri storici" ma di "libri profetici anteriori" e include i libri delle Cronache non in questi ma nel gruppo che chiama genericamente "gli scritti". All'interno di questi, poi, essi occupano in genere l'ultimo posto, dopo e non prima di Esdra e Neemia (che pure proseguono la "storia" delle Cronache), avendo quindi significativamente un posto conclusivo dell'intera Bibbia, così come l'Apocalisse è conclusiva della raccolta dei libri del Nuovo Testamento. In alcuni manoscritti invece essi occupano il primo posto, subito prima dei Salmi, con l'intento quindi di fornire un immediato contesto per le molte preghiere salmiche che nel loro "titolo" fanno riferimento agli episodi di Davide, alla cui opera organizzativa del culto è dedicata gran parte di 1Cr (cf soprattutto 1Cr 16). Quando le Cronache sono poste alla fine della Bibbia ebraica esse la concludono con il loro invito ad assicurare un futuro felice attraverso la fedeltà all'alleanza, al vero culto e al vero Tempio, sia in relazione con i tempi del post-esilio nel VI sec. a.C., sia in relazione con i tempi della persecuzione di Antioco IV Epifane nel II sec. a. C., sia infine in relazione con i drammatici eventi dell'occupazione romana nel 70 d. C. (distruzione del Tempio) e nel 135 d.C. (seconda rivolta e espulsione degli ebrei da Gerusalemme). Nella loro origine e nel loro uso, dunque, i libri delle Cronache hanno di volta in volta accompagnato la riflessione dei credenti sui fatti drammatici della loro storia, maturando e purificando una "speranza oltre ogni speranza". Da questo punto di vista, giustamente si può condividere il parere di un recente commentatore che affermava di ritenere le Cronache come "una delle più ricche miniere di spiritualità in tutta la Scrittura".[2] Ma purtroppo, come capita a molte miniere, ancora, una delle più trascurate.
La datazione dei Libri delle Cronache
Mentre un tempo si tendeva a unire le Cronache ai libri di Esdra e Neemia, e quindi a interpretarle nel contesto del postesilio, oggi si hanno abbastanza motivi per considerare queste opere tra loro indipendenti. I libri delle Cronache sono certamente scritti dopo l'insieme di Esdra-Neemia, come appare dalle numerose citazioni che ne fanno. Essi citano pure il libro di Zaccaria, che appare scritto nel primo periodo postesilico. Ancor più significativo è il fatto che essi conoscono e usano il Pentateuco nella sua forma finale.
Gli archeologi concordano nel dividere il periodo persiano in due momenti. Il secondo, dal 450 al 332 a.C., è segnato da una crescita di benessere. Sono significativi a questo proposito, in 1Cr 29, l'appello di Davide per avere dei contributi per il tempio e il ringraziamento per la risposta generosa ottenuta, e in 2Cr 31 il racconto degli approvvigionamenti abbondanti forniti dal popolo per il personale del Tempio. Tutti e due questi capitoli sono chiaramente indirizzati a un pubblico che sembra mancare non tanto della capacità, quanto della volontà di "offrire". Il tema della generosità pervade il resoconto di 1Cr 29, ed è accompagnato da riferimenti ai modelli dei patriarchi. Tali caratteristiche si adattano bene alla relativo benessere del secondo periodo dell'epoca persiana.
Altri motivi a favore di una datazione nel tardo periodo persiano sono forniti dai riferimenti alla situazione dei Leviti e dallo sviluppo della genealogia davidica in 1Cr 3. Si può pensare, dunque, che i Libri delle Cronache furono scritti tra il 350 e il 400 a.C. La mancanza di elementi ellenistici impedisce una datazione più tardiva.
Per quanto riguarda l'autore, basti ora dire che l'omogeneità di scrittura è a favore di un singolo autore per la maggior parte dell'opera, piuttosto che di una redazione di gruppo
Situazione e scopo delle Cronache
Una caratteristica delle Cronache è l'insistenza sui temi dell'esilio e della restaurazione, sia come fatto storico sia come metafora che collega in modo provvidenziale il successo o il fallimento della comunità alla sua relazione spirituale con il Signore. Il Cronista nei capitoli finali della sua opera ha in vista non una sola, ma più deportazioni, come anche prende in considerazione non una sola e letterale restaurazione, ma una restaurazione reale da parte di Manasse e una restaurazione metaforica sotto Ezechia, che ripete la restaurazione rappresentata dal regno davidico dopo il destino "esilico" di Saul e Israele.
La novità portata dal Cronista sta non nella creazione del tema, ma nella sua applicazione. Un autore più tardo (Daniele 9) avrebbe affermato che l'esilio doveva durare 490 anni, non settanta, e l'esilio era una condizione negativa ancora sperimentata dalla cosiddetta comunità postesilica. Questa concezione dell'esilio come una metafora per un'esperienza in corso la si ritrova anche nella prima letteratura postesilica. Il Sal 126 celebra le sorti della restaurazione di Sion al ritorno dell'esilio. Però, non tutto va al meglio e la comunità in preghiera invoca ancora "Restaura, Signore, le nostre sorti" (Sal 126,4). Essi stavano ancora soffrendo un esilio virtuale, anche se vivevano di nuovo nella propria terra. La stessa affermazione fa la prima metà del Sal 85, dove la passata restaurazione delle sorti di Giacobbe è la base per sperare una rinnovata restaurazione (Sal 85,1.4). La cessazione dell'ira divina indicata con il ritorno dall'esilio letterale aveva bisogno di essere ripetuta, poiché la comunità stava ancora soffrendo per quell'ira (Sal 85,4.5-6). Questa sovrapposizione di una condizione esilica come via per comprendere la situazione postesilica ricorre anche in Zac 1,2-6, passo che, come è stato osservato, è ripreso in 2Cr 30,6-7. L'ira del Signore contro il popolo preesilico, che terminò nella deportazione, è usata come segno di avvertimento per la comunità postesilica.
Le preghiere di Esd 9 e Ne 9 mostrano i modi con cui l'esilio come metafora può essere ricondotto fino al presente. Nel primo caso ci si lamenta che «Dai giorni dei nostri padri fino ad oggi noi siamo stati molto colpevoli e per le nostre colpe, noi, i nostri re e i nostri sacerdoti, siamo stati dati nelle mani dei re stranieri; siamo stati consegnati alla spada, alla prigionia, alla rapina, all'insulto fino ad oggi». (Esd 9,7). Un alleviamento di queste condizioni è descritto in termini quasi di risentimento nei versetti successivi: «8 Ora, da poco, il nostro Dio ci ha fatto una grazia: ha liberato un resto di noi, dandoci un asilo nel suo luogo santo, e così il nostro Dio ha fatto brillare i nostri occhi e ci ha dato un po' di sollievo nella nostra schiavitù. 9 Perché noi siamo schiavi; ma nella nostra schiavitù il nostro Dio non ci ha abbandonati: ci ha resi graditi ai re di Persia; ci ha fatti rivivere, perché rialzassimo la casa del nostro Dio e restaurassimo le sue rovine e ci ha concesso di avere un riparo in Giuda e in Gerusalemme» (Esd 9,8-9). In modo simile, Ne 9 parla della dura condizione sopportata dalla comunità «dal tempo dei re d'Assiria fino ad oggi» (Ne 9,32) e della "grande angoscia» causata dalla dominazione straniera: «36 Oggi eccoci schiavi nel paese che tu hai concesso ai nostri padri perché ne mangiassero i frutti e ne godessero i beni. 37 I suoi prodotti abbondanti sono dei re ai quali tu ci hai sottoposti a causa dei nostri peccati e che sono padroni dei nostri corpi e del nostro bestiame a loro piacere, e noi siamo in grande angoscia». Nonostante la residenza nel paese, il popolo si vedeva ancora "in esilio".
In relazione a questo uso metaforico, bisogna anche considerare la parziale spiritualizzazione di termini relativi alla terra nei Salmi. Anche se il processo era cominciato nel periodo pre-esilico, il suo uso continuato nel periodo post-esilico è significativo. I Salmi usano la frase levitica "Il Signore è mia parte di eredità" - i Leviti non avevano avuto parte alla spartizione della terra fra le tribù - per esprimere la fede anche dei credenti non leviti (cf Sal 16,5; 25,13; 37 [5 volte]; 44,5; 69,36-37).
Le Cronache riconoscono la condizione problematica dell'esilio metaforico. Il Cronista utilizzò questo ben noto linguaggio figurato di esilio e restaurazione, e consapevolmente lo richiama attraverso tutta la sua opera. Usò tre testi religiosi che parlavano in modo letterale dell'esilio e li riapplicò al popolo che si trovava ormai in altre condizioni. Questi testi divennero delle guide da seguire per i suoi destinatari, raccomandando ad essi le attenzioni ivi contenute.
Il primo testo è Lv 26,34-45, che riguarda il peccato di Israele, l'esilio e il ritorno alla terra:
«34 Allora la terra godrà i suoi sabati per tutto il tempo in cui rimarrà desolata e voi sarete nel paese dei vostri nemici; allora la terra si riposerà e si compenserà dei suoi sabati. 35 Finché rimarrà desolata, avrà il riposo che non le fu concesso da voi con i sabati, quando l'abitavate.
36 A quelli che fra di voi saranno superstiti infonderò nel cuore costernazione, nel paese dei loro nemici: il fruscìo di una foglia agitata li metterà in fuga; fuggiranno come si fugge di fronte alla spada e cadranno senza che alcuno li insegua. 37 Precipiteranno uno sopra l'altro come di fronte alla spada, senza che alcuno li insegua. Non potrete resistere dinanzi ai vostri nemici. 38 Perirete fra le nazioni: il paese dei vostri nemici vi divorerà.
39 Quelli che tra di voi saranno superstiti nei paesi dei loro nemici, si consumeranno a causa delle proprie iniquità; anche a causa delle iniquità dei loro padri periranno. 40 Dovranno confessare la loro iniquità e l'iniquità dei loro padri: per essere stati infedeli nei miei riguardi - Büma`áläm ´ášer mä|`álû-bî - per le loro opere infedeli che hanno operato contro di me - ed essersi opposti a me; 41 peccati per i quali anche io mi sono opposto a loro e li ho deportati nel paese dei loro nemici. Allora il loro cuore non circonciso si umilierà - yiKKäna - e allora sconteranno la loro colpa. 42 Io mi ricorderò della mia alleanza con Giacobbe, dell'alleanza con Isacco e dell'alleanza con Abramo e mi ricorderò del paese. 43 Quando dunque il paese sarà abbandonato da loro e godrà i suoi sabati, mentre rimarrà deserto, senza di loro, essi sconteranno la loro colpa, per avere disprezzato le mie prescrizioni ed essersi stancati delle mie leggi.
44 Nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li rigetterò e non mi stancherò di essi fino al punto d'annientarli del tutto e di rompere la mia alleanza con loro; poiché io sono il Signore loro Dio; 45 ma per loro amore mi ricorderò dell'alleanza con i loro antenati, che ho fatto uscire dal paese d'Egitto davanti alle nazioni, per essere il loro Dio. Io sono il Signore».
Questo testo ha un posto strutturante significativo in 2Cr 36,20-21 per definire la durata dell'esilio letterale come limitato a un periodo definito di riposo sabatico: «20 Il re deportò in Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all'avvento del regno persiano, 21 attuandosi così la parola del Signore, predetta per bocca di Geremia: «Finché il paese non abbia scontato i suoi sabati, esso riposerà per tutto il tempo nella desolazione fino al compiersi di settanta anni». Secondo Ger 29, questo esilio doveva durare settanta anni. Non ci fu mai un decreto fatalistico che l'esilio dovesse durare per secoli. L'esilio metaforico era colpa del popolo, non del Signore. Per descrivere le condizioni spirituali di un tale esilio il Cronista si affidò all'espressione ma'al ma'al (espr. con accusativo interno "operare opere infideli"), "essere infedeli" (Lv 26,40 "essere stati infedeli nei miei riguardi"). Egli usò sia la frase o i suoi elementi di verbo e sostantivo come parole chiave. Alla luce di Lv 26,15.43 questo vocabolario è usato nel senso generale di trasgredire l'alleanza, anche se in alcuni contesti assume sfumature cultuali.
Egli usò il termine per definire la causa dell'esilio letterale in 1Cr 5,25: "25 Ma furono infedeli - wayyi|m`álû - al Dio dei loro padri, prostituendosi agli dei delle popolazioni indigene, che Dio aveva distrutte davanti a essi. 26 Il Dio di Israele eccitò lo spirito di Pul re d'Assiria, cioè lo spirito di Tiglat-Pilèzer re d'Assiria, che deportò i Rubeniti, i Gaditi e metà della tribù di Manàsse; li condusse in Chelàch, presso Cabòr, fiume del Gozan, ove rimangono ancora. "; in 1Cr 9,1 : "1 Tutti gli Israeliti furono registrati per genealogie e iscritti nel libro dei re di Israele e di Giuda; per le loro colpe - Büma`áläm - furono deportati in Babilonia"; e 2Cr 36,14: "Anche tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà - [lim`äl]-maº`al - conformandosi a tutte le abominazioni delle genti e contaminarono il tempio che il Signore si era consacrato in Gerusalemme".
Questo medesimo vocabolario appare altrove nella sua consueta diagnosi dell'esilio metaforico, specialmente nella valutazione dei regni di Saul e Achaz: 1Cr 10,13: "Saul morì a causa della sua infedeltà commessa - Büma|`álô ´ášer mä`al - contro il Signore, giacché non aveva osservato la parola del Signore e perché aveva consultato una negromante per interrogarla"; 2Cr 29,6: "perché i nostri padri sono stati infedeli - Kî|-mä`álû - e hanno operato il male agli occhi del Signore, nostro Dio, abbandonandolo, stornando il loro volto dalla dimora del Signore e voltandogli le spalle".
Il passaggio levitico fornisce anche uno dei termini caratteristici usati dal Cronista quando fa riferimento alla restaurazione, "essere umiliato" (nikna', in Lv 26,41), ad es., in 2Cr 7,14, un testo che racchiude il rimedio del Cronista per l'esilio spirituale: «14 se il mio popolo, sul quale è stato invocato il mio nome, si umilierà - wüyiKKän`û `ammî - , pregherà e ricercherà il mio volto, perdonerò il suo peccato e risanerò il suo paese».
Il secondo testo autorevole cui il Cronista fece sovente riferimento è Ger 29,10-19:
«10 Pertanto dice il Signore: Solamente quando saranno compiuti, riguardo a Babilonia, settanta anni, vi visiterò e realizzerò per voi la mia buona promessa di ricondurvi in questo luogo. 11 Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. 12 Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò; 13 mi cercherete -ûbiqqašTem ´ötî - e mi troverete, perché mi cercherete - tidrüšùºnî - con tutto il cuore; 14 mi lascerò trovare da voi - dice il Signore - cambierò in meglio la vostra sorte e vi radunerò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho disperso - dice il Signore - vi ricondurrò nel luogo da dove vi ho fatto condurre in esilio.
15 Certo voi dite: Il Signore ci ha suscitato profeti in Babilonia.
16 Ebbene, queste le parole del Signore al re che siede sul trono di Davide e a tutto il popolo che abita in questa città, ai vostri fratelli che non sono partiti con voi nella deportazione; 17 dice il Signore degli eserciti: Ecco, io manderò contro di essi la spada, la fame e la peste e li renderò come i fichi guasti, che non si possono mangiare tanto sono cattivi. 18 Li perseguiterò con la spada, la fame e la peste; li farò oggetto di orrore - (lizwä`â) [lüza`áwâ] - per tutti i regni della terra, oggetto di maledizione, di stupore, di scherno e di obbrobrio - ûlüšammâ wülišrëqâ ûlüHerPâ - in tutte le nazioni nelle quali li ho dispersi, 19 perché non hanno ascoltato le mie parole - dice il Signore - quando mandavo loro i miei servi, i profeti, con continua premura, eppure essi non hanno ascoltato. Oracolo del Signore».
Anche questo testo discute l'esilio letterale e la restaurazione, e così potè essere usato come una base di confronto per l'esilio metaforico. La descrizione della desolazione della terra in Ger 29,18 è applicata agli esiti dell'ira divina ereditata da Ezechia in 2Cr 29,8: «8 Perciò l'ira del Signore si è riversata su Giuda e su Gerusalemme ed egli ha reso gli abitanti oggetto di terrore, di stupore e di scherno - (lizwä`â) [lüza|`áwâ] lüšammâ wülišrëqâ - , come potete constatare con i vostri occhi».
La profezia dei settanta anni di esilio è usata in modo positivo come limite per il giudizio di esilio del Signore in 2Cr 36,21.22: «21 attuandosi così la parola del Signore, predetta per bocca di Geremia: «Finché il paese non abbia scontato i suoi sabati, esso riposerà per tutto il tempo nella desolazione fino al compiersi di settanta anni. 22 Nell'anno primo di Ciro, re di Persia, a compimento della parola del Signore predetta per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro re di Persia, che fece proclamare per tutto il regno, a voce e per iscritto: ... ».
Tuttavia, il passaggio fu primariamente usato per dire come il popolo di Dio poteva essere restaurato spiritualmente. La promessa divina divenne l'essenza del messaggio proprio del Cronista. È la base di 2Cr 7,14: «14 se il mio popolo, sul quale è stato invocato il mio nome, si umilierà, pregherà e ricercherà il mio volto, perdonerò il suo peccato e risanerò il suo paese» e del principio spirituale: «Se voi cercate il Signore, egli si lascerà trovare» in 1Cr 28,9 : « 9 Tu, Salomone figlio mio, riconosci il Dio di tuo padre, servilo con cuore perfetto e con animo volenteroso, perché il Signore scruta i cuori e penetra ogni intimo pensiero; se lo ricercherai, ti si farà trovare; se invece l'abbandonerai, egli ti rigetterà per sempre» e 2Cr 15,1-2: «1 Lo spirito di Dio investì Azaria, figlio di Obed. 2 Costui, uscito incontro ad Asa, gli disse: «Asa e voi tutti di Giuda e di Beniamino, ascoltatemi! Il Signore sarà con voi, se voi sarete con lui; se lo ricercherete, si lascerà trovare da voi, ma se lo abbandonerete, vi abbandonerà».
Ancora più importante, il testo di Geremia fornisce la parola chiave della spiritualità del Cronista, il termine darash, "cercare", che è usato in modo estensivo per caratterizzare il ritorno penitente al Signore, il culto normativo e lo stile di vita. Il Cronista usa meno sovente il verbo parallelo biqqesh, "cercare", che ricorre in Ger 29,13.
Il terzo testo circa esilio e restaurazione da cui il Cronista prese ispirazione è Ezechiele 18, che fonda un appello agli esilitati in vista del pentimento su una sequenza di buone e cattive generazioni, e anche di generazioni che passarono da cattive a buone. Il testo provvede modelli strutturali per i racconti sui re sia per i regni divisi in 2Cr 10-28 sia per i regni riuniti in 2Cr 29-36. Alcuni re illustreranno il caso del giusto che si allontana dalla giustizia e commette l'iniquità (Ez 18,24.26), altri invece il caso di un padre buono seguito da un figlio cattivo (Ez 18,5-13), altri il caso di un peccatore che si pente e ritorna al Signore (Ez 18,21-23):
"5 Se uno è giusto e osserva il diritto e la giustizia, 6 se non mangia sulle alture e non alza gli occhi agli idoli della casa d'Israele, se non disonora la moglie del suo prossimo e non si accosta a una donna durante il suo stato di impurità, 7 se non opprime alcuno, restituisce il pegno al debitore, non commette rapina, divide il pane con l'affamato e copre di vesti l'ignudo, 8 se non presta a usura e non esige interesse, desiste dall'iniquità e pronunzia retto giudizio fra un uomo e un altro, 9 se cammina nei miei decreti e osserva le mie leggi agendo con fedeltà, egli è giusto ed egli vivrà, parola del Signore Dio.
10 Ma se uno ha generato un figlio violento e sanguinario che commette qualcuna di tali azioni, 11 mentre egli non le commette, e questo figlio mangia sulle alture, disonora la donna del prossimo, 12 opprime il povero e l'indigente, commette rapine, non restituisce il pegno, volge gli occhi agli idoli, compie azioni abominevoli, 13 presta a usura ed esige gli interessi, egli non vivrà; poiché ha commesso queste azioni abominevoli, costui morirà e dovrà a se stesso la propria morte.
14 Ma, se uno ha generato un figlio che vedendo tutti i peccati commessi dal padre, sebbene li veda, non li commette, 15 non mangia sulle alture, non volge gli occhi agli idoli di Israele, non disonora la donna del prossimo, 16 non opprime alcuno, non trattiene il pegno, non commette rapina, dá il pane all'affamato e copre di vesti l'ignudo, 17 desiste dall'iniquità, non presta a usura né a interesse, osserva i miei decreti, cammina secondo le mie leggi, costui non morirà per l'iniquità di suo padre, ma certo vivrà. 18 Suo padre invece, che ha oppresso e derubato il suo prossimo, che non ha agito bene in mezzo al popolo, morirà per la sua iniquità.
20 Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l'iniquità del padre, né il padre l'iniquità del figlio. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità.
21 Ma se il malvagio si ritrae da tutti i peccati che ha commessi e osserva tutti i miei decreti e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà, non morirà. 22 Nessuna delle colpe commesse sarà ricordata, ma vivrà per la giustizia che ha praticata. ...
26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l'iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l'iniquità che ha commessa. 27 E se l'ingiusto desiste dall'ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. 28 Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà".
Inoltre, egli fa uso dell'espressione mâ'al ma'al, "opera di infedeltà" (cf Lv 26,40; Ez 18,24), nel senso generale di infrangere la Legge. L'insegnamento del Cronista di una retribuzione immediata è in genere applicato a livello individuale dei singoli re, ma che simbolizzano generazioni separate. Abbiamo imparato a leggere Ez 18 in termini di generazioni, e dobbiamo fare altrettanto nel caso delle Cronache. Il Cronista considerò i membri di ogni generazione come responsabili del loro proprio destino, liberi di cominciare di nuovo a favore o contro il Signore.
Un indice dell'importanza di ogni generazione nelle Cronista è la frase ricorrente "il Dio dei loro/nostri padri", che significativamente è espressa al singolare "il Dio di tuo/suo padre" in 1Cr 28,9; 2Cr 17,4. Ogni generazione ebbe la responsabilità di appropriarsi la fede trasmessa dagli immediati predecessori. Il Cronista faceva appello alla sua propria generazione per seguire il cammino che portava a una restaurazione spirituale. Era questa politica che, grazie a Dio, rendeva possibile uno stacco con il passato di oppressione che altrimenti incombeva su ogni generazione postesilica.
L'era davidica
La colonna portante delle Cronista è il racconto dei regni uniti di Davide e di Salomone, ai quali quasi la metà dell'opera è dedicata. I loro regni costituiscono dunque la base teologica del libro. Il Cronista usò il verbo "scegliere" (bahar) per indicare speciali soggetti o istituzioni nei progetti a lungo termine di Dio. Delle sette entità così descritte, cinque sono strettamente associate con questi due regni: Davide (2Cr 6,6), Salomone (1Cr 28,10), il Tempio (2Cr 7,12.16; 33,7), Gerusalemme (2Cr 6,6.34.38; 12,13), e la tribù di Giuda nel suo ruolo regale (1Cr 28,4). Le altre due istituzioni, Israele (1Cr 16,13) e i Leviti (1Cr 15,2; 2Cr 29,11), sono anch'esse incluse in questa nuova opera.
Un altro termine usato dal Cronista per indicare il destino teologico è "per sempre" ('ad 'olam) o varianti che includono questo termine. A parte due occorrenze riferite a Dio, esso è usato ventisette volte nel libro delle Cronache, di cui sedici fanno riferimento o alla dinastia davidica (sette volte) o al Tempio (nove volte). Di nuovo, i regni uniti forniscono la maggioranza dei casi. Come per gli altri esempi, tre entità erano radicalmente coinvolte dai due regni: la terra (tre volte), Israele (due volte) e l'amore dell'alleanza (hesed), esteso dal Signore a Israele (sei volte).
Il modo con cui questi termini importanti sono usati rivela la percezione del Cronista di un'era davidica che, lanciata sotto Davide e Salomone, continua fino ai suoi tempi. Essa si sovrappone all'ordinamento e all'alleanza mosaica, verso la quale Israele ha mancato di aderire fedelmente. Perciò il Cronista trascura le tradizioni dell'esodo, senza tuttavia negarle. Esse hanno il loro canto del cigno in 1Cr 17,21-22, per essere sostituite, in realtà, da nuove tradizioni. Il concetto di un nuovo ordinamento fu probabilmente suggerito al Cronista dal Sal 78, specialmente i vv. 67-72. Il Cronista allude al Sal 78,68.70 in 1Cr 28,4. C'era una continuità con il vecchio ordinamento; i doveri religiosi e generali della Legge mosaica erano ancora obbligatori per Israele. Tuttavia, il Tempio di Gerusalemme ora rimpiazzava il tabernacolo della Legge, e i Leviti ricevevano un nuovo ruolo. Il Cronista sfruttò un certo numero di paralleli tipologici per mostrare l'autorità divina del nuovo santuario, di nuovo in confronto con le rappresentazioni della Legge scritta. E per coloro che aveva infranto la Legge e si erano pentiti, c'era una via di ritorno per il Signore.
È anche presente la preoccupazione di stabilire la natura permanente della dinastia davidica. Essa era presentata come garantita dalla costruzione del Tempio per opera di Salomone e dalla generale obbedienza alla legge (1Cr 28,6-7). Per questo, la relazione di Israele con Dio era resa permanente, come soprattutto 2Cr 9,8 afferma. Il frammento innico "poiché l'amore del Signore dura per sempre" lega l'alleanza di Israele all'alleanza davidica (1Cr 16,34.41; 2Cr 5,13; 7,3.6; 20,21). Il dono permanente della legge ai patriarchi era rafforzato dall'alleanza davidica (1Cr 16,17; 2Cr 20,7).
C'è un delicato equilibrio tra il privilegio teologico stabilito una volta per sempre sotto Davide e Salomone e il dovere di un'obbedienza all'alleanza valido per i re e i sudditi successivi. questi fenomeni abbinati trovano comune fondamento in 1Cr 28. In 28,8 l'ultima responsabilità è aggiunta alla dichiarazione del privilegio dato da Dio. Il futuro di Israele oscilla nelle Cronache tra l'oggettiva certezza per principio (2Cr 9,8) e la soggettiva incertezza in particolare (2Cr 7,19-20).
Nell'interesse di una sfida morale e spirituale i racconti regali dopo i regni di Davide e Salomone evidenziano l'obbedienza o la disobbedienza di ogni re alle linee guide prospettate in quei regni. Tuttavia, ci sono anche dei richiami della natura permanente del regno davidico (2Cr 13,5; 21,7), che riaffermano gli antichi racconti. Ugualmente, in 1Cr 2-9 l'estensione della genealogia davidica fino al periodo post-esilico in 1Cr 3 segna una nota unica di permanenza. La certezza dell'alleanza davidica divinamente assicurata - e perciò la certezza della sua restaurazione - era anche il segno della permanenza di Israele. I bisogni pastorali affiorano largamente nella sottolineatura della responsabilità di Israele dopo 2Cr 9. La mancanza di ogni riaffermazione regale vicino o alla fine del libro riflette anche il fatto storico dell'eclisse della dinastia davidica, un'eclisse che si prolunga nel periodo postesilico. Uno sospetta che la restaurazione della dinastia era una tappa distante nel calendario escatologico del Cronista, senza dubbio come risposta negativa alle pressioni politiche e forse proto-apocalittiche. Essa sarebbe stata restaurata nei tempi stabiliti da Dio. In più, la restaurazione era separata dalle benedizioni che ogni generazione postesilica aveva la possibilità di ereditare, anche nel contesto della egemonia persiana (cf 2Cr 12,7-8).
Nel pensiero del Cronista, il Tempio fornì una cerniera tra la stabilità teologica e le alternative spirituali. I suoi canti portano sempre un richiamo che "l'amore del Signore dura per sempre". Il Tempio era il riferimento divinamente istituito per le obbligazioni normative di culto e il mantenimento della sua struttura e del suo personale. Nel corso delle narrazioni regali, il Cronista coprì successivamente ognuna delle feste basate sulla Legge, la festa delle Capanne in 2Cr 7, la festa delle Settimane in 2Cr 15, e la duplice festa di Pasqua e degli Azzimi in 2Cr 30 e 35. Sia in questi capitoli sia in 1Cr 15-16, egli affermò la gioia di celebrare il culto regolare. Il Tempio, in ogni caso, era anche il centro di un sistema di emergenza che offriva una possibilità di restaurazione a chi si pentiva. La grazia redentiva poteva prevalere sul venir meno alla Torah (cf soprattutto 2Cr 7,3-16; 30,18-20; 32,25-26).
Un Israele inclusivo
Un'attenzione costante nell'insegnamento delle Cronache è l'inclusività del popolo di Dio. Sotto questo aspetto l'opera si distanzia notevolmente dai libri di Esdra e Neemia, che in un tempo precedente avevano difeso una visione separatista della comunità composta solo dai Giudei che avevano fatto ritorno dall'esilio. Senza dubbio, ora che la comunità si era più stabilizzata, il Cronista ritenne che i tempi erano maturi per una politica meno rigorosa. La sua insistenza sulle possibilità spirituali di una comunità religiosa più vasta composta da "tutto Israele" è integrata con la sua presentazione del regno unito di Davide e Salomone, e quella insistenza è riaffermata sotto il regno riunificato di Ezechia. Nel prologo genealogico (cc. 1-9), questa insistenza è connessa ai richiami delle tradizioni delle dodici tribù nel periodo del deserto, attestate dalla Torah, e affermate nella sistemazione della terra promessa.
Da questo punto di vista, il Cronista prese una via di mezzo tra i gruppi separatisti e assimilazionisti in Gerusalemme. Egli mantenne rigorosamente il ruolo unico del Tempio di Gerusalemme nel culto di Israele. Le tradizioni ormai consolidate di un Israele unito consegnavano a Giuda il compito di tentare di riportare gli Israeliti ancora al nord verso la fedeltà del Dio del Tempio. Ezechia è presentato come modello di questo compito (2Cr 30).
La forma delle Cronache
L'opera si divide in quattro blocchi. Il blocco più lungo e più importante riguarda i regni di Davide e di Salomone, che stabilirono le istituzioni della dinastia e del Tempio.
Esso è seguito dai racconti del regno diviso di Giuda e infine del regno di nuovo riunito. Questi ultimi due blocchi riaffermano le linee spirituali prospettate nella sezione principale, alcune volte in modo positivo ma più sovente in modo negativo.
L'introduzione alle Cronache provvede una sezione di genealogie, che presenta il tema della elezione di Israele, la sua natura inclusiva secondo la figura tradizionale delle dodici ribù, e la sua eredità territoriale. Questi temi sono esposti sullo sfondo gradualmente emergente della infedeltà del popolo, dell'esilio, e della restaurazione, che le narrazioni regali provvederanno a reiterare.
Il Cronista aveva solo alcuni "ritornelli" nel suo repertorio letterario. Egli li ripresenta ripetutamente nell'interesse di un invito spirituale e di un incoraggiamento, soprattutto avendo in mente il presente e il futuro, ma anche su una lunga prospettiva. È stato osservato che le Cronache potrebbero "essere state utilizzate sezione per sezione come una serie di omelie tra loro collegate". Il Cronista usò gli strumenti usuali per presentare il suo materiale in porzioni assimilabili, così da stimolare un'adesione spirituale ai principi teologici.
La questione del rapporto delle Cronache con la storia "fattuale" è sovente messa in discussione. Una risposta approfondita sarebbe complessa. Alcune volte, il Cronista riprodusse documenti antichi e autentici, per es. in 1Cr 27,25-31; altre volte montò un grande racconto a partire da un piccolo incidente, per es. in 2Cr 20,1-30; un'altra volta, in 2Cr 20,35-37 (cf 1R 22,49-51), egli partì da un racconto precedente per adattarlo alla sua propria prospettiva. In genere, i lettori moderni devono essere avvertiti contro false attese. Il Cronista stava scrivendo per aiutare la sua propria generazione. Perciò i lettori devono fare attenzione alla sua situazione e al suo messaggio, e non solo alla storia precedente, se vogliono rendergli giustizia. Le sue narrative sui re in 2Cr 10-36 sono una serie di parabole spirituali, e i discorsi posti sulla bocca dei suoi protagonisti sono strumenti attraverso i quali egli interpreta queste storie. Le precedenti narrazioni di Samule-Re, che erano le sue fonti, sono sottoposte a un filtro ermeneutico per far passare le verità che il suo uditorio aveva bisogno di sentire. Il genere particolare di storiografia messo in opera in Cronache deve essere considerato alla luce della sua funzione omiletica.
La parte introduttiva sullo scopo del Libro delle Cronache è apparsa sul numero 6 del Rimedio nella versione più breve che segue, integrata con uno sguardo tematico:
Scopo e temi del Libro delle Cronache
Come gli autori di Samuele e dei Re avevano organizzato e interpretato i dati della storia di Israele per venire incontro ai bisogni della comunità esiliata, così il Cronista scrisse per la comunità del tempo della restaurazione postesilica. [NB Il termine "Cronista" è una scorciatoia convenzionale per indicare l'autore del libro delle Cronache, del quale tuttavia non si ha nessuna identificazione precisa].
La questione scottante era la domanda della continuità con il passato: Dio si interessa ancora a noi? Le sue alleanze sono ancora valide? Ora che non abbiamo più nessun regno di Davide e siamo sudditi dell'impero persiano, forse che le promesse fatte a Davide hanno ancora senso per noi? Dopo il grande giudizio (la detronizzazione della casa di Davide,la distruzione della nazione, di Gerusalemme e del Tempio, e dopo l'esilio a Babilonia), quale è la nostra relazione con l'Israele antico? La risposta del Cronista pone in gioco diversi fattori.
1. Il Tempio. La continuità con il passato è significata dal Tempio di Gerusalemme, ricostruito attraverso l'influsso del Signore riconosciuto nell'editto imperiale di Ciro (2Cr 36,22-23). Per una generazione che non aveva uno statuto politico indipendente e nessun re davidico, il Cronista si prende grande e non facile cura di mostrare che il Tempio del Signore e il suo servizio cultuale (inclusi i Salmi di cui ha un estratto in 1Cr 16) sono il più grande dono dato ad Israele attraverso la dinastia davidica. Per questo motivo, il suo resoconto dei regni di Davide e Salomone ha il suo punto focale nella preparazione (1Cr 21-27) e nella costruzione del Tempio (2Cr 2-9), rispettivamente da parte di Davide e di Salomone, e nelle istruzione di Davide per il servizio del Tempio (1Cr 28-29), con il consiglio di Gad il veggente e Natan il profeta (cf 2Cr 29,25), ma anche dei Leviti Asaf, Eman e Idutun, altro veggente del re (cf 2Cr 35,15; ma cf anche le azioni a favore del tempio e del suo culto durante i regni di Asa in 2Cr 14, di Giosafat in 2Cr 17-20, di Gioas in 2Cr 24, i Ezechia in 2Cr 29-32 e di Giosia in 2Cr 34-35).
Si noterà, tuttavia, come il Cronista termina la sua opera con l'annuncio della ricostruzione del Tempio, senza poi passare alla descrizione della sua realizzazione, che occuperà invece l'inizio del libro di Esdra. Si ripete così il medesimo fenomeno che avveniva alla fine del Pentateuco, quando il Deuteronomio terminava con i discorsi di Mosè alla vigilia della realizzazione della promessa, ma lasciava al libro di Giosuè la descrizione dell'effettivo ingresso nella terra. Sembra, cioè, che si voglia di nuovo fare la medesima distinzione tra "promessa"e "realizzazione" e preparare ancora una successiva maturazione e purificazione del senso e della speranza, per i tempi in cui la comunità credente dovrà fare a meno anche di questo secondo tempio restaurato. Questo ulteriore passo non è per sé esplicitato da parte del Cronista, ma è sicuramente preparato nel modo in cui egli accetta e sviluppa un secondo tema, quello dell'«esilio spirituale».
2. L'esilio spirituale. Una caratteristica delle Cronache è l'insistenza sui temi dell'esilio e della restaurazione, sia come fatto storico sia come metafora della vicinanza o lontananza della comunità rispetto al Signore. Il tema sarà più tardi portato a chiarezza estrema da parte di Daniele (Dan 9), che avrebbe affermato che l'esilio doveva durare 490 anni, non settanta, significando così la condizione negativa ancora sperimentata dalla comunità postesilica. Esso era però già presente nella prima letteratura postesilica. Il Sal 126 celebra le sorti della restaurazione di Sion al ritorno dell'esilio. Però, non tutto va al meglio e la comunità in preghiera ripete ancora l'invocazione "Restaura, Signore, le nostre sorti" (Sal 126,4, trad. letterale). Essi stavano ancora soffrendo un esilio virtuale, anche se vivevano di nuovo nella propria terra. La stessa affermazione fa la prima metà del Sal 85, dove la passata restaurazione delle sorti di Giacobbe è la base per sperare una rinnovata restaurazione (Sal 85,1.4-6). Questa sovrapposizione di una condizione esilica come via per comprendere la situazione postesilica ricorre anche in Zac 1,2-6, passo che, come è stato osservato, è ripreso in 2Cr 30,6-7. L'ira del Signore contro il popolo preesilico, che terminò nella deportazione, è usata come segno di avvertimento per la comunità postesilica.
Le preghiere di Esd 9 e Ne 9 mostrano i modi con cui l'esilio come metafora può essere ricondotto fino al presente. Nel primo caso ci si lamenta che «Dai giorni dei nostri padri fino ad oggi noi siamo stati molto colpevoli e per le nostre colpe, noi, i nostri re e i nostri sacerdoti, siamo stati dati nelle mani dei re stranieri; siamo stati consegnati alla spada, alla prigionia, alla rapina, all'insulto fino ad oggi». (Esd 9,7). Un alleviamento di queste condizioni è descritto in termini quasi di risentimento nei versetti successivi: «8 Ora, da poco, il nostro Dio ci ha fatto una grazia: ha liberato un resto di noi, dandoci un asilo nel suo luogo santo, e così il nostro Dio ha fatto brillare i nostri occhi e ci ha dato un po' di sollievo nella nostra schiavitù. 9 Perché noi siamo schiavi; ma nella nostra schiavitù il nostro Dio non ci ha abbandonati: ci ha resi graditi ai re di Persia; ci ha fatti rivivere, perché rialzassimo la casa del nostro Dio e restaurassimo le sue rovine e ci ha concesso di avere un riparo in Giuda e in Gerusalemme» (Esd 9,8-9). In modo simile, Ne 9 parla della dura condizione sopportata dalla comunità «dal tempo dei re d'Assiria fino ad oggi» (Ne 9,32) e della «grande angoscia» causata dalla dominazione straniera: «36 Oggi eccoci schiavi nel paese che tu hai concesso ai nostri padri perché ne mangiassero i frutti e ne godessero i beni. 37 I suoi prodotti abbondanti sono dei re ai quali tu ci hai sottoposti a causa dei nostri peccati e che sono padroni dei nostri corpi e del nostro bestiame a loro piacere, e noi siamo in grande angoscia». Nonostante la residenza nel paese, il popolo si vedeva ancora «in esilio».
Le Cronache riconoscono la condizione problematica dell'esilio metaforico. Il Cronista utilizzò questo ben noto linguaggio figurato di esilio e restaurazione, e consapevolmente lo richiama attraverso tutta la sua opera. Egli sviluppa questo tema per mezzo della rilettura di tre testi religiosi che parlavano in modo letterale dell'esilio e li riapplicò al popolo che si trovava ormai in altre condizioni. Questi testi divennero delle guide da seguire per i suoi destinatari, raccomandando ad essi le attenzioni ivi contenute. Il primo di questi testi è Lv 26,34-35, che riguarda il peccato di Israele e il ritorno alla terra e di cui riprende due espressioni tipiche: la prima, "operare opere infedeli" "essere infedeli" (mâ'al ma'al: cf Lv 26,40) che usò sia per descrivere la causa dell'esilio letterale (1Cr 5,25; 9,1; 2Cr 36,14) sia per esprimere la sua consueta diagnosi dell'esilio metaforico (1Cr 10,13; 2Cr 29,6), e la seconda quella di "umiliarsi" (Lev 26,41), che egli usa per parlare della restaurazione o del rimedio per l'esilio spirituale (cf ad es. 2Cr 7,14).
Il secondo testo è quello di Ger 20,10-19, il cui vocabolario per descrivere l'esilio letterale è usato anche per la situazione certo non esilica ereditata da Ezechia in 2Cr 29,8, ma il cui messaggio di speranza divenne l'essenza del messaggio e del principio spirituale del Cronista "se cercherai il Signore egli si farà trovare" (cf 2Cr 7,14; 1Cr 28,9; 2Cr 15,1-2). Questa espressione contiene la parola chiave di tutta la sua opera: darash, «cercare», termine usato in modo estensivo per caratterizzare il ritorno penitente al Signore, il culto normativo e lo stile di una vita fedele.
Il terzo testo circa l'esilio e la restaurazione da cui il Cronista prese ispirazione è Ezechiele 18, che fonda un appello agli esilitati in vista del pentimento su una sequenza di buone e cattive generazioni, e anche di generazioni che passarono da cattive a buone. Il testo provvede modelli strutturali per i racconti sui re sia per i regni divisi in 2Cr 10-28 sia per i regni riuniti in 2Cr 29-36. Alcuni re illustreranno il caso del giusto che si allontana dalla giustizia e commette l'iniquità (Ez 18,24.26), altri invece il caso di un padre buono seguito da un figlio cattivo (Ez 18,5-13), altri il caso di un peccatore che si pente e ritorna al Signore (Ez 18,21-23). Si tratta di una sequenza di racconti il cui genere letterario è più l'esortazione omiletica che il resoconto cronachistico. L'insegnamento del Cronista di una retribuzione immediata è in genere applicato a livello individuale dei singoli re, ma che simbolizzano generazioni separate. Abbiamo imparato a leggere Ez 18 in termini di generazioni, e dobbiamo fare altrettanto nel caso delle Cronache. Il Cronista considerò i membri di ogni generazione come responsabili del loro proprio destino, liberi di cominciare di nuovo a favore o contro il Signore.
Lettura continua
1. 1 Cr 1,1-9,34. Israele: eletto e inclusivo, infedele ma restaurato
1.1 1,1-2,2 Elezione d'Israele
1.2 2,3-9,1 Una visione dell'Israele preesilico
2,3-4,23 La tribù regale di Giuda
4,24-5,26 Simeone e le tribù della Transgiordania
6,1-81 La tribù sacra di Levi
7,1-40 Le altre tribù del nord
8,1-9,1 La tribù di Beniamino
1.3 9,2-34 Restaurazione d'Israele
Se il libro delle Cronache è trascurato dai lettori cristiani, uno dei motivi è anche che i suoi capitoli iniziali, con le loro lunghe liste di nomi strani e a noi estranei, non sono certo incoraggianti per proseguire la lettura. Eppure, anche questo prologo genealogico può nascondere dei tesori dietro il paravento della sua aridità apparentemente burocratica. Si ricordi che anche il vangelo di Matteo comincia con la pagina genealogica di Gesù (che copia parte di questa genealogia delle Cronache), anch'essa sottovalutata e poco compresa dai lettori cristiani. È quindi forse opportuno commentarla meno brevemente.
Il primo scopo di queste genealogie è quello di mostrare la continuità con il passato della comunità della restaurazione postesilica. I nomi delle liste servono da promemoria di una storia che mostra l'Israele, restaurato e riunificato, al centro delle intenzioni divine sin dagli inizi (Adamo 1,1). Le genealogie servono così anche per legittimare il presente e mostrare il modello di fedeltà e di identità del popolo. Si presentano di nuovo unite tutte le tribù, quelle "infedeli" del nord insieme con quelle "fedeli" del sud: Giuda e la casa di Davide (2,1-4,23); la tribù meridionale di Simeone (4,24-43); le tribù della Transgiordania, Ruben Gad e metà di Manasse (c. 5); la tribù di Levi e le famiglie sacerdotali (c. 6); le tribù settentrionali di Issacar, Beniamino, Neftali, Manasse, Efraim e Asher, anche se ormai scomparse per la conquista assira (cc. 7-9). Le genealogie servono dunque anche per stabilire la legittimità della linea di successione davidica e del servizio sacerdotale presso il Tempio.
Si noterà che il materiale delle genealogie mostra che il Cronista sta utilizzando una edizione del Pentateuco già completa e simile a quella giunta fino a noi. Soprattutto si noterà il modo implicito con cui si richiama il tema della "elezione" di Dio: infatti le genealogie del ramo "scelto" da Dio sono sempre situate alla fine, dopo i rami secondari. Shem (1,17) dopo Iafet e Cam (1,5-16); all'interno della genealogia di Shem, la linea di Abramo è in 1,24-28, dopo le linee secondarie in 1,17-23; i discendenti di Isacco in 1,34 vengono dopo i discendenti delle concubine di Abramo in 1,29-33; i figli di Giacobbe-Israele in 2,1ss dopo i discendenti di Esaù e dei re di Edom in 1,35-53. Si noterà, ugualmente, l'omissione totale della discendenza di Caino.
L'interesse del Cronista per il Tempio e la famiglia di Davide appare da diversi particolari. Si noterà così la lunga estensione della tribù di Levi (cc. 5-6), che anticipa le ampie pagine che l'opera dedicherà al Tempio e al suo culto, interesse tanto più manifesto se si pensa che in altre liste la tribù di Levi non è nemmeno menzionata e si rifà il numero di dodici dividendo in due la tribù di Giuseppe, secondo il nome dei suoi due figli Efraim e Manasse (cf Num 1,5-15.20-43; 2,3-31; 7,12-83; 10,14-28; 13,4-15; 26,5-51). Si noterà pure il fatto che la lista delle tribù comincia subito con Giuda, che pur essendo solo il quarto figlio è però il capostipite della famiglia di Davide (cc. 2-4), mentre il numero di dodici, per l'omissione delle tribù di Zabulon e Dan, viene ricostituito dividendo in due la tribù di Manasse, a ovest (14-19) e a est (5,23-25) del Giordano.
Non sfuggano alcuni dettagli. Che nella tribù di Giuda l'interesse sia per la famiglia di Davide appare dal fatto che in apertura il Cronista ha posto in apertura e in chiusura riuspettivamente la lista degli ascendenti di Davide (2,9-17) e quella dei suoi discendenti fino a dopo l'esilio (3,1-24). L'ordine risulta così strutturato accuratamente per inversione: Ram, ascendenti di Davide 2,9-17; Caleb 2,18-24; Ieracmèl 2,25-33; supplementi a Ieracmèl 2,34-41; supplementi a Caleb 2,42-55; supplementi a Ram, discendenti di Davide 3,1-24. Tutta questa sezione riguardante Davide viene a sua volta ad occupare la posizione centrale nella più grande sequenza strutturata per inversione: Shela 2,3; Perez 2,4-8; Chezròn 2,9-3,24; Perez 4,1-20; Shela 4,21-23. In questo modo, la genealogia di Shela, il figlio superstite più anziano di Giuda, incornicia all'inizio e alla fine l'intera genealogia di Giuda, con la genealogia di Davide al centro. La preferenza del Cronista per Giuda, del resto, è resa esplicita dalla lunga parentesi che introduce la lista delle tribù della Transgiordania, con il passaggio della primogenitura da Ruben a Giuseppe, ma infine praticamente a Giuda (5,1-2).
Davide, inoltre, in 2,15 viene elencato come settimo figlio, occupando quindi una posizione simbolicamente privilegiata, a differenza della posizione occupata in 1Sam 16,10, dove invece era l'ottavo. Ancora: in 2,20 tra gli ascendenti di Davide viene nominato Bezaleèl, che Es 31,1-6 nominava con Ooliab come artista "pieno dello spirito di Dio" in vista della costruzione del "santuario" del deserto. Questi due personaggi serviranno al Cronista come modello per presentare il ruolo di Salomone e del fenicio Curam-Abi (anch'esso "pieno di saggezza") nella costruzione del Tempio (cf 2Ch 1,5 e 2,13). Inserendo il riferimento al costruttore del tabernacolo del deserto vicino alla genealogia di Davide, il Cronista ha significativamente giustapposto i temi della monarchia e del Tempio, tutti e due molto importanti per la sua narrazione. I nomi di Assalonne, Tamar, Adonia, Amnon e Betsabea sono l'unico richiamo a episodi dolorosi e negativi della vita di Davide, che in seguito il Cronista eviterà di ricordare.
In 5,18-26, per la prima volta il Cronista inserisce il tema della retribuzione immediata, che userà ripetutamente nel seguito per esortare re e popolo alla fedeltà. Un esempio è positivo, per la tribù di Gad la quale ebbe la vittoria per essersi rivola a Dio, "che li aiutò per la loro fiducia in lui", mentre un esempio è negativo, per tutte le tribù della Transgiordania, che "furono infedeli al Dio dei loro padri" e furono deportati dal re assiro Tiglat-Pilezèr.
Notevole e inusuale anche la preminenza delle donne nella genealogia di Manasse in 7,14-19, mentre la ripresa per supplemento della genealogia di Beniamino in 8,1-40, dopo una prima lista in 7,6-12, che ne fa la genealogia più estesa dopo quella di Giuda e di Levi, rivela l'interesse per Saul, che servirà al Cronista come controfigura negativa di Davide (per questo la genealogia di Saul sarà ripetuta in 9,35-44 all'inizio della sezione dedicata al regno davidico).
Il c. 10 conclude questo quadro descrivendo la popolazione di Gerusalemme al ritorno dall'esilio nelle sue varie componenti (9,2), laici (9,3-9), sacerdoti (9,10-13), leviti (9,14-34) e una quarta classe di "dati" (nethînîm) al servizio del Tempio, forse stranieri definitivamente integrati con il gruppo dei Leviti (chiamati nethunîm in 1Cr 6,33) e per questo non elencati a parte. Il Cronista rende qui esplicito la sua visione inclusiva dicendo che "tutto Israele fu registrato per genealogie e iscritto nel libro dei re di Israele e di Giuda" (9,1), aggiungendo anche che in Gerusalemme abitavano, e quindi avevano fatto ritorno da Babilonia, non solo figli di Giuda ma anche "figli di Beniamino, Èfraim e Manasse" (9,3).
Riassumendo, attraverso il linguaggio delle genealogie il Cronista sta cominciando a far passare il suo messaggio "omiletico" sulla relazione di Israele con il Signore. Dopo gli ultimi sviluppi dell'esilio e del postesilio, quale è l'identità del popolo? Il titolo di "popolo di Dio", risponde il Cronista, non può essere monopolizzato dai membri della provincia di Giuda, i cui predecessori sono ritornati dall'esilio di Babilonia. Essi sono soltano un nucleo di un'entità più grande, stabilita secondo la tradizione nel tempo del deserto, nella sistemazione e nella suddivisione della terra promessa, e nel regno unito di Davide e Salomone. È con l'Israele più grande, per il quale il Tempio era così importante, che la comunità postesilica deve identificarsi e trovare la propria continuità. Essi devono anche fare i conti con il fallimento, il comune fallimento, che portò nord e sud verso l'esilio, visto come una punizione divina (5,25-26; 6,15; 9,1). Tuttavia, oltre il fallimento sta una grazia redentrice, già in parte realizzata (9,2). Il cammino verso una completa restaurazione sta nella via di una "ricerca di Dio" profondamente sentita e in una sincera preghiera (4,9-10; 5,20).
Le sequenze genealogiche avevano un grande fascino per il Cronista, per il quale ogni generazione aveva il privilegio e la responsabilità di aderire al Dio dei suoi predecessori. Ci sono due esempi di generazioni consecutive che prendono decisioni opposte e che raccolgono ciascuna quello che esse avevano seminato: in 5,19-22 (figli di Ruben, di Gad e metà di Manasse) e subito dopo in 5,25-26 (successiva generazione degli stessi gruppi) e in 7,21-23 (nascita di un figlio a Efraim "nella miseria" per il castigo di una razzia) e 7,24 (nascita di una figlia allo stesso Efraim, che invece costruisce una nuova città, ed è un segno di benedizione). Il messaggio è che il disastro di una generazione non si trasferisce necessariamente sulla prossima. Da Saul si può passare a Davide, da Achaz ad Ezechia.
Il Cronista, implicitamente, stava dunque domandando ai suoi lettori quale generazione essi avrebbero preso a modello.