Primo e Secondo Libro delle Cronache

Il regno ri-unificato nella speranza della restaurazione :  2Cr 29,1-36,23

Per leggere una breve Introduzione teologica al periodo che riguarda il libro delle Cronache vai alla presentazione della quarta  tappa :

 

Quarta tappa. Le prime letture della Quarta Domenica di Quaresima e la quarta lettura della Veglia Pasquale riguardano i racconti della monarchia, focalizzati sulla figura di Davide e sul tema della terra, con la sua capitale davidica: la città di Gerusalemme, fondata sulla giustizia (Quarta lettura della Veglia pasquale), la scelta di Davide (Prima lettura della quarta domenica di Quaresima Anno A), la scacciata dalla terra (Anno B). la prima pasqua nella terra (Anno C).

Riassumiamo questa tappa sotto il titolo:
La Monarchia. I profeti giudicano una libertà perduta.

Israele come popolo "libero"?

 

tenendo conto anche della quinta tappa:

Quinta tappa. Le prime letture della Quinta Domenica di Quaresima, con la quinta e sesta lettura della Veglia Pasquale, riguardano le riflessioni profetiche circa il tempo del post-esilio, il sorgere del giudaismo e le tensioni dell'ellenismo:  Voi tutti assetati, venite... (Quinta lettura della Veglia pasquale), Perché?... Impara, ritorna... (Sesta lettura della Veglia pasquale),  Rivivrete... (Prima lettura della quinta domenica di Quaresima Anno A), L'alleanza nuova, la legge nel cuore (Anno B), Il nuovo supera l'antico (Anno C).

Riassumiamo questa tappa sotto il titolo:

Esilio-Epoca persiana (Giudaismo) - Ellenismo. Dal buio più profondo una luce.
In
attesa di uomini nuovi.
Israele come "resto"  

 

Editoriale introduttivo alla lettura delle Cronache sul n. 6 del Rimedio, Vita Nostra n. 20 del 2 giugno 2002

 

Sua madre custodiva tutti questi fatti

nel suo cuore

 

Percorso della Guida di lettura biblica nella Grande Novena Mariana

 

 

1. La frase del vangelo di Luca “la madre custodiva tutti questi fatti nel suo cuore” fa seguito a una frase precedente in cui di Maria e di Giuseppe si diceva che essi “non compressero” ciò che Gesù aveva detto loro (Lc 2,50). “Custodire” significa dunque ripensare, cercare di capire. Come sempre, è meglio non isolare la frase. Immediatamente prima, si dice che Gesù “scese con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso”, e immediatamente dopo si dice che Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,51-52). Tutte queste frasi sono in greco collegate dalla congiunzione “e”. Possiamo pensare che tra esse ci sia un collegamento logico? La catena sarebbe “obbedire - custodire - crescere”. Se Gesù cresce “in sapienza”, sarà forse senza un legame con il “custodire” di Maria, cioè con il “cercare” di capire quanto Giuseppe e Maria non avevano ancora compreso? Forse Gesù cresce perché obbedisce a chi non ha capito ma cerca di capire? In questo caso, Gesù a Nazaret non avrebbe cambiato di attività rispetto a quanto aveva detto nel Tempio: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). Forse, allora, non è importante se si è nel Tempio o nella falegnameria. Ciò che conta e ciò che fa crescere “in sapienza” è ciò che si cerca.

 

2. Nella Guida alla lettura continua dei testi biblici abbiamo seguito una traccia storica di tipo narrativo e cronologico, Abbiamo cominciato dagli “inizi” del libro della Genesi, letto attraverso la successione di “dieci generazioni” fondanti, siamo passati poi per gli avvenimenti dell’Esodo che generano un popolo “libero” ma nel “servizio” del Signore, e abbiamo osservato infine le vicissitudini di questa libertà nella storia della monarchia davidica e dei regni divisi del nord e del sud, attraverso la lettura dei due Libri di Samuele e dei due Libri dei Re, affiancata anche dalla lettura di un salmo (Sal 89), che trasformava in preghiera il senso salvifico di questa storia complessa, passata dalla gloria di Davide e Salomone al fallimento e alla profonda delusione dell’esilio. Prima di proseguire nello sviluppo storico, preferiamo ancora attardarci nella riflessione suscitata dall’esperienza drammatica dell’esilio, attraverso la lettura dei due Libri delle Cronache. Lo facciamo per due motivi. Il primo è che essi sono molto poco conosciuti dai cristiani: la lettura da 2Cr 36 nella Quarta Domenica di Quaresima (anno B) è una delle pochissime proposte dal Lezionario. Il secondo motivo è che i libri delle Cronache, letti nel loro insieme e non a pagine isolate, aiutano a comprendere come la spiritualità ebraica (e quindi anche cristiana) nasce e si approfondisce sempre a partire da una riflessione continuamente ripresa e “aggiornata” sul significato di salvezza contenuto nei fatti della storia. È vero che non abbiamo proposto finora la lettura di pagine tolte dai libri dei profeti.  I libri delle Cronache, tuttavia, possono considerarsi il frutto maturo dell’incontro tra il messaggio dei profeti e la riflessione sapienziale sulla storia. Da questo punto di vista, la lettura delle Cronache non solo prepara ad affrontare gli avvenimenti drammatici dell’epoca ellenistica (persecuzioni e riscossa al tempo dei Maccabei) e romana (tempo in cui visse Gesù Cristo), ma anche può guidare il lettore cristiano a saper leggere i “segni dei tempi” e vivere una spiritualità “incarnata” e sempre “riattualizzata” nella concretezza dei fatti storici.

Antonio Pinna

 

Introduzione alla letttura del libro delle Cronache

Queste parti sono qui più ampie rispetto a quanto pubblicato sull'inserto del Rimedio

 

Questa quarta sezione del Libro delle Cronache riguarda la speranza di un regno riunificato nella prospettiva della restaurazione

 

IV. 2Cr 29,1-36,23: Il regno di nuovo unito

 

È l'ultimo e il più corto dei quattro blocchi letterari che costituiscono la riedizione selettiva della storia di Israele da parte del Cronista. Esso rispecchia, su una scala minore, i due blocchi precedenti. Ezechia vi è ritratto come un secondo Davide e Salomone, rinnovando la loro dedizione agli ideali del Tempio e della Legge, e così invertendo lo stato degenerato di Giuda nel c. 28. Egli si avvantaggiò della rivelazione fatta a Salomone nella notte della dedicazione del Tempio (2Cr 7,14) nel suo invito al popolo a "umiliarsi" e nel suo stesso "umiliarsi" di fronte a Dio (2Cr 30,11; 32,26), e nella sua preghiera in favore degli adoratori impuri: "Il Signore che è buono perdoni 19 chiunque abbia il cuore disposto a ricercare Dio, ossia il Signore Dio dei suoi padri, anche senza la purificazione necessaria per il santuario». 20 Il Signore esaudì Ezechia e risparmiò il popolo" (30,18-20). Nel secondo caso (32,25-26), egli divenne così un altro Roboamo, allontanando l'ira divina con la propria umiliazione (12,6-7). Come Abia (2Cr 13,4-12), egli fa presenti le esigenze del santuario di Gerusalemme davanti al popolo del nord (30,5-9).

Come nel blocco precedente, il caleidoscopio di modelli regali buoni e cattivi continua a balenare alla nostra vista. Dopo un buon regno ci appare un regno cattivo che diventa buono, poi un regno totalmente cattivo, poi un regnobuono che diventa cattivo alla fine, e infine una serie di cattivi regni. La varietà di casi presentata da Ez 18 è illustrata una volta di più nell'interesse di un richiamo e di un incoraggiamento spirituale.

Nel blocco precedente avevamo notato un acuto contrasto tra il benessere spirituale di Giuda verso l'inizio e il suo triste stato verso la fine, altrettanto cattivo, anzi di fatto peggiore di quello del regno del nord. La stessa impressione viene data in questo blocco. Il popolo di Sedecia disprezza i messaggeri profetici che il Signore manda per avvertirli e persuaderli (36,16), così come avevano fatto prima le tribù del nord in reazione ai corrieri di Ezechia (30,10). Anzi, mentre alcuni del nord si erano umiliati (2Cr 30,11), nessuno lo fa dei sudditi di Sedecia (36,12). Sotto questo aspetto, Sedecia non ripete l'esempio di umiltà Ezechia (32,26), il cui esempio è stato seguito da Manasse (33,12.19) e Giosia (34,27); Sedecia, piuttosto, segue Amon (33,23). Sia gli abitanti del nord (30,8) sia Sedecia (36,13) sono chiamati "di dura cervice", ed entrambi con i loro sudditi sono confrontati con il ruolo sacro del Tempio (30,8; 36,14).

La caduta del regno del nord nel blocco precedente rimosse dai re di Giuda la pietra d'inciampo di un'alleanza perversa, lasciando stabile la dinastia davidica e dando l'opportunità ai re buoni di Giuda di aprire nuove possibilità spirituali ai membri delle tribù d'Israele rimasti al nord. Ezechia, in linea con il suo orientamento davidico e salomonico, andò molto avanti nel tenere una festa comune per tutti gli Israeliti, così che ne seguì una riforma religiose al nord e al sud (30,1-31,1). Giosia, ridotto nelle Cronache a un più pallido riflesso di Ezechia, è accreditato di un ruolo simile, anche se affermato con meno vigore (soprattutto rispetto a 2Re 22-23).

Questo blocco finale rassomiglia al primo nel muoversi verso la fine dall'esilio verso la restaurazione (1Cr 9,1-34 e 2Cr 36,20-23). Il castigo non era l'ultima parola del Signore. Un giorno di nuove possibilità sorgeva per una nuova generazione. La domanda di Salomone che un popolo penitente potesse tornare al paese trovava un ascolto misericordioso 92Cr 6,24-25; cf Sac 1,4-6). Per il Cronista, una tale restaurazione aveva creato un precedente ancora disponibile per ogni generazione consapevole del suo esilio spirituale lontano dal Signore. "Ritornate a me... e io ritornerò a voi" (Zac 1,3) era la parola divina rivolta alla prima generazione postesilica, e restava ancora l'invito misericordioso del Signore, come afferma questa ultima sezione: "9 Difatti, se fate ritorno al Signore, i vostri fratelli e i vostri figli troveranno compassione presso coloro che li hanno deportati; ritorneranno in questo paese, poiché il Signore vostro Dio è clemente e misericordioso e non distoglierà lo sguardo da voi, se voi farete ritorno a lui" (30,8-9).

Questo blocco finale è costituito da tre unità: 1) 29,1-32,33 presenta il regno modello di Ezechia; 2) 33,1-35,27 ritrae con Manasse e Giosia due drammatici cambiamenti dall'apostasia alla spiritualità, anche se la conclusione del secondo mostra una grave incrinatura; 3) 36,1-23 mette in contrasto il finale di declino e distruzione con la speranza assicurata da Dio di un nuovo inizio.

 

 

4.1    2Cr 29,1-32,33 Ezechia raggiunge un potenziale regale

 

                         29,1-36                   Purificazione del Tempio, pentimento, e culto

                         30,1-31,1                Culto pasquale riunificato

                         31,2-21                   Riorganizzazione del Tempio

                         32,1-33                   Liberazione e benedizione

 

Questa unità suddivide il regno di Ezechia in due parti disuguali, 29,1-31,21 e 32,1-33.  Nella prima, il re è ritratto come modello di fedeltà al Signore. Questa sezione è introdotta dall'affermazione che "egli fece quanto è retto agli occhi del Signore come aveva fatto Davide suo antenato" (29,2), che riutilizza un elemento standard del prologo deuteronomistico al regno monarchico (2Re 18,3). Il comportamento di Ezechia è riassunto lungamente e quindi ricapitolato in una frase più lunga che include l'affermazione iniziale: "20 Ezechia fece lo stesso in tutto Giuda; egli fece ciò che è buono e retto davanti al Signore suo Dio" (2Cr 31,20).

Anche la seconda parte usa una tecnica a cornice. Ora Ezechia è presentato come modello della prosperità che segue alla fedeltà al Signore. Il Cronista annuncia il suo tema in 31,21: "Quanto aveva intrapreso per il servizio del tempio, per la legge e per i comandi, lo fece cercando il suo Dio con tuto il cuore; per questo ebbe successo", e poi lo rafforza con il sommario finale in 32,30: "Ezechia riuscì in ogni sua impresa".

Lungo tutto il racconto, Ezechia è rappresentato come colui che ristabilisce gli ideali regali associati con i regni di Davide e Salomone.  I fondatori di una nuova era di rivelazione trovarono un valido erede in Ezechia, nel suo onorare il Tempio scelto da Dio e nei suoi sforzi di unire il popolo di Dio nel culto. Quando si confrontano i resoconti del suo regno in 2Re e in 2Cr, uno spostamento di accento appare evidente. Per lo scrittore del libro dei Re,la liberazione dalla crisi era il tema primario, in un contesto di minaccia politica e di invasione militare. Il Cronista trovò spazio certo anche per questo tema, ma lo inserì in un orizzonte di restaurazione spirituale, di culto unificato, di riforma religiosa, e di benedizione divina. Nel far rivivere tali ideali davidici e salomonici, Ezechia divenne un modello esemplare per la comunità postesilica.

 

4.2    2Cr 33,1-35,27 Scorie nell'oro. Manasse, Amon, Giosia.

 

                         33,1-20                   Manasse, un modello di conversione

                         33,21-35,27            Comportamento infedele di Amòn

                                                       Conversione di Giosia, riforma e ricaduta

 

Come i cc. 21-23 e 24-26, questa unità parla di tre re. In 33,1-20 Manasse è ritratto come un rinnegato che diventa buono. In 33,21-25  Amon è una copia carbone di Manasse nel suo periodo prima della riforma, mentre il regno di Giosia nei cc. 34-35 riflette l'ultimo e migliore periodo del suo nonno Ezechia. I due periodi del regno di Manasse, quello degenerato e quello rigenerato, trovano un parallelo con il regno negativo di Amon e quello positivo di Giosia.

I paralleli negativi sono triplici, e i primi due sono tolti da 2Re 21. Manasse fece il male agli occhi del Signore e Amon lo copiò (33,2 = 2Re 21,2; 33,22 = 2Re 21,20). Manasse "si prostrò davanti a tutta la milizia del cielo e la servì" e Amon li  "servì" (33,3 = 2Re 21,3; 33,23 = 2Re 21,21). Il Cronista rafforzò questo parallelismo con il suo terzo caso: Manasse eresse "statue" e a sua volta Amon "offrì sacrifici a tutti gli idoli eretti sa manasse suo padre" (33,19.22)

I paralleli positivi che il Cronista tracciò fra il redento Manasse e Giosia sono anch'essi triplici. Primo, egli trovò un precedente per l'umiliazione di Giosia in 34,27, basata su 2Re 22,19, nella sottomissione di Manasse in 33,12.19.23; nel terzo caso, la differenziò dall'atteggiamento negativo di Amon. Secondo, fornì un parallelo per l'ascolto da parte del Signore della preghiera di pentimento di Giosia (34,27 = 2Re 22,19) nella esperienza di Manasse in 33,13. In entrambi i casi, le caratteristiche del regno di Giosia furono trasferite a Manasse per via di anticipazione. Terzo, egli attribuì sia a Manasse sia Giosia l'aver stabilito un culto vero e l'averlo poi raccomandato al popolo (33,16; 34,33; 35,16). Il regno di Giosia rafforza le lezioni della fase redenta di Manasse.

Il Cronista  trovò in questi tre re due modelli della via di ritorno al Signore dall'apostasia attraverso il pentimento. Una volta di più, egli sembra aver avuto in vista il fascio di esempi di Ez 18. Manasse realizzò le istruzioni di Ez 18,21-23, una bandiera per la grazia di Dio che perdona ipeccatoripentiti, dimentica il loro passato, e ispira una nuova integrità. Amon è il peccatore che non si stacca mai dai suoi peccati, come la persona di Ez 18,10-13. Il rovesciamento del cattivo regno di Amon nel regno di Giosia fissa in forma narrativa Ez 18,14-18, il caso di un figlio che si solleva al di sopra delle premesse familiari. La sua ricaduta inaspettata lo porta vicino al personaggio di Ez 18,24: "Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e commette l'iniquità e agisce secondo tutti gli abomini che l'empio commette, potrà egli vivere? Tutte le opere giuste da lui fatte saranno dimenticate; a causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà".

 

4.3    2Cr 36,1-23 L'esilio ricorrente e la prospettiva di restaurazione

 

Il Cronista ha insistito sull'idea che l'esilio giudaico del 587 non era un evento unico o finale; esso aveva dei corrispettivi nelle generazioni precedenti. I temi di morte, deportazione, e privazione del culto del Tempio si sono materializzati alla fine del regno diviso, al tempo del regno di Acaz (28,5-6.8.17; 29,8-9), e hanno trovato una restaurazione spirituale al tempo di Ezechia. A sua volta, Manasse fu esiliato a Babilonia e dopo il suo pentimento fu restaurato sul trono (33,11-13). Gli ultimi quattro regni, riassunti in questa ultima sezione del libro, sono anch'essi tratteggiati al modo di diversi esili. I primi tre dei quattro re (Ioacaz, Ioiakìm, Ioiakìn) furono deportati, e nel regno dell'ultimo il popolo soffrì esilio. La cessazione del culto del Tempio è anticipata dalla rimozione degli oggeti del Tempio da parte di stranieri in due dei tre dei precedenti regni (36,7.10). Nessuno dei precedenti esili regali è rovesciato, ma la continuità del popolo e della monarchia nel paese non dà un'impressione ripetuta di fine. Alla fine, questa impressione sfocia in un annuncio esplicito di restaurazione, con il sorgere dell'impero persiano. Così gli ultimi nove capitoli del libro sono maestri nel presentare l'esilio come un giudizio nato generazione dopo generazione, e tuttavia un esilio che può essere seguito da un rinnovamento.

Le "vignette" di successivi regni funzionano come parabole della possibile scelta per il bene e per il male che sta di fronte ad ogni generazione. Il Cronista prese la metafora di un esilio prolungato che dominò il pensiero giudaico dopo la fine dell'esilio a Babilonia, sia accettandola sia andando oltre. Le sue parabole regali di esilio e restaurazione presuppongono tutte e rafforzano il suo principale scenario di esilio sotto Saul e di restaurazione con Davide e Salomone. Alla fine del capitolo, il Cronista aveva in vista Ger 29,10-11: "10 Pertanto dice il Signore: Solamente quando saranno compiuti, riguardo a Babilonia, settanta anni, vi visiterò e realizzerò per voi la mia buona promessa di ricondurvi in questo luogo. 11 Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza".

 

Tre osservazioni conclusive. Prima: il Cronista non era legato a un modo legalistico di pensare. Il giudizio dell'esilio venne non primariamente per le trasgressioni della legge, ma per il rifiuto degli avvertimenti profetici e delle offerte di perdono per una ulteriore possibilità. Disprezzare questa iniziativa è il peccato dei peccati nel libro delle Cronache (cf Gv 16,9).

Seconda: l'esilio più grave toccò alla generazione di Sedecia. Tuttavia, ponendo l'esilio sulllo sfondo di altri precedenti esili, esso diventa soltanto un esilio. Un castigo non può e non deve nascondere la continuità della grazia e dell'amore.

Terza: il Cronista alla fine si rifà ai profeti e alla legge per ricordare che l'esilio è finito da tempo. Il suo messaggio riecheggia quello di Is 40,2 e di Sof 3,17. L'ira di 36,16 era spenta, e la guarigione era di nuovo un'opzione vitale. Un segno di restaurazione per il Cronista era la riabilitante presenza di Dio con il popolo ricostituito, presenza desiderata a partire dalle parole del re straniero Ciro: "il suo Dio sia con lui e parta" (36,23). Questa certezza e questo segno di speranza sono passate nel  cuore della fede cristiana, soprattutto attraverso il vangelo ebraico di Matteo, in cui Gesù è annunciato, sta e resta con i discepoli in missione come "Emmanuele", "Dio con noi" (Mt 1,23; 18,20; 28,20). L'assicurazione della presenza divina era l'antico messaggio dato a Israele alla vigilia dell'ingresso nel paese: "Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro, perché il Signore tuo Dio cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà" (Dt 31,6). Esso divenne il nuovo messaggio del Cronista per ogni generazione del popolo di Dio, nel momento in cui le esortava a camminare con il Signore. Questo compito e questa speranza sono arrivate fino a noi. E nonostante tutto quello che faremo, attraverso le nostre fedeltà e ma anche attraverso le nostre infedeltà, questo compito e questa speranza continueranno a sostenere le generazioni che verranno.