Est 8,1-12

Nella traccia di sviluppo storico-liturgico che stiamo seguendo, la lettura del libro di Ester è da situare sullo sfondo delle problematiche del periodo post-esilico e anche del periodo ellenistico, per quanto riguarda il rapporto di Israele con gli altri popoli. Su questi periodi vedi il sommario storico-teologici relativo indicato nel riquadro.

 

Quinta tappa. Le prime letture della Quinta Domenica di Quaresima, con la quinta e sesta lettura della Veglia Pasquale, riguardano le riflessioni profetiche circa il tempo del post-esilio, il sorgere del giudaismo e le tensioni dell'ellenismo:  Voi tutti assetati, venite... (Quinta lettura della Veglia pasquale), Perché?... Impara, ritorna... (Sesta lettura della Veglia pasquale),  Rivivrete... (Prima lettura della quinta domenica di Quaresima Anno A), L'alleanza nuova, la legge nel cuore (Anno B), Il nuovo supera l'antico (Anno C).

Riassumiamo questa tappa sotto il titolo:

Esilio-Epoca persiana (Giudaismo) - Ellenismo. Dal buio più profondo una luce.
In
attesa di uomini nuovi.
Israele come "resto"  

 

Introduzione al Libro di Ester

 

Premessa sul testo

 

Il libro di Ester ci giunge in tre forme: Testo Masoretico (TM), Testo Alfa (AT), Settanta (LXX).

Il TM, scritto in ebraico forse nel III sec. a.C., usa come fonte una storia popolare su Ester e Mardocheo, alla quale aggiunge la spiegazione della festa di Purim. Non nomina mai Dio nè alcun altro aspetto esplicitamente religioso. È parte del canonce ebraico.

Il Testo Alfa (AT = Alpha Text) è la traduzione in greco di un testo ebraico simile, ma non identico al TM (circa del 20% più corto). Non ha il complotto che Mardocheo denuncia in 2,21-23 e le leggi persiane non sono presentate come irrevocabili (due punti importanti nella trama del TM). Non fa menzione della festa di Purim e, soprattutto, introduce alcune menzioni esplicite di Dio. Diffuso soprattutto in Egitto, non godette però dello stesso statuto canonico del TM.

La LXX è la traduzione in greco del TM, risalente al II sec. a.C. Contiene sei lunghi passaggi e diverse altre brevi varianti non presenti nel TM, aggiunte o al momento della traduzione o più tardi. Le integrazioni provvedono soprattutto a esplicitare la valenza religiosa del libro (Dio vi è nominato cinquanta volte) e a presentare i protagonisti Ester e Mardocheo come dei giudei osservanti. In tal modo, però, come vedremo, le aggiunte cambiano radicalmente la natura del libro, tanto da poter considerare Ester greco come un'opera diversa da Ester ebraico.

La LXX fa parte dei libri canonici delle Chiese Ortodosse e dei libri deuterocanonici della Chiesa Cattolica (La traduzione della Vulgata le aggiunge alla fine della sua traduzione del TM, continuando però una numerazione progressiva da 11,1 a 16,24).

Nelle edizioni protestanti della Bibbia le aggiunte sovente appaiono separate, nella sezione contenente i Libri Apocrifi.

Queste parti integrative della LXX furono successivamente aggiunte anche al Testo Alfa, per omologare le due versioni greche. Inoltre, esistono altre traduzioni sia del TM sia della LXX, come la Vetus Latina,  due traduzioni targumiche in aramaico di tipo molto libero, e infine una versione a parafrasi da parte di Giuseppe Flavio che sembra conoscere le diverse versioni diffuse al suo tempo

Nella edizione della Bibbia Cei (contenuta ad esempio nella Bibbia di Gerusalemme) queste parti aggiunte non sono sempre chiaramente distinte e quelle più brevi non sono indicate. Esse sono riconoscibili perché indicate a fianco con la numerazione della volgata e nel testo con una numerazione letterale alfabetica (a-z) affiancata al numero del versetto del TM da cui parte l'aggiunta. Nelle edizioni moderne di studio tali aggiunte maggiori sono indicate con le lettere maiuscole A-F e una numerazione autonoma, talvolta inserite all'interno stesso del testo, talvolta inserite in due  presentazioni distinte del libro, del TM prima e della LXX dopo (scelta più indicata)..

Nel presente commento noi ci limiteremo a presentare anzitutto il Testo Masoretico, indicando le aggiunte della LXX, ma lasciando la loro presentazione completa a una distinta lettura.

 

Guida per la lettura continua

 

Est 5,1-8,2 Il piano di Haman è sventato

Est 8,3-17 Decreto di salvezza per i Giudei. Trionfo di Mardocheo

 

5,1-2 (in nota).3-8 Ester prende l'iniziativa: si presenta al re e lo invita a un primo banchetto (il sesto del libro)

 

Chi legge la Bibbia di Gerusalemme farà attenzione che il testo ebraico dei vv. 5,1-2 è, diversamente dal solito, posto soltanto in nota. Esso, in modo coerente con il resto, non fa menzione del termine della preghiera di Ester, ma solo della fine del digiuno al terzo giorno e si limita ad una descrizione esterna delle azioni, senza introdurre analisi introspettive come fa il testo greco.

Come nelle precedenti espressioni simili (2,9.15), Ester "si guadagna" (la forma verbale è attiva) la simpatia del re, il quale comprende che una ragione importante deve aver mosso la regina a un passo così rischioso e gliene domanda la ragione. Il lettore si aspetterebbe ora che Ester prostata ai piedi del re invochi misericordia per il suo popolo, ed invece in modo sorprendente Ester si limita a invitare il re a venire insieme con Haman a un banchetto che lei stessa ha preparato. In modo ancor più sorprendente, una volta che si trovano al banchetto, alla nuova domanda del re (che dunque si è ben reso conto che la regina aveva intenzione di chiedere ben altro che la sua presenza a un banchetto!), Ester risponde invitando il re a venire sempre con Haman a un secondo banchetto che lei preparerà per il giorno dopo.

Oltre alla sorpresa e alla suspense narrativa che così viene introdotta, il comportamento di Ester fa parte di uno stratagemma ben congegnato. Nelle società orientali, ieri come oggi, una richiesta più importante si fa soltanto dopo aver preparato la strada con richieste minori la cui accettazione è garantita. Ugualmente strategica è l'estensione dell'invito anche ad Haman in compagnia del re: da una parte Ester controlla il nemico portandolo nel suo territorio e creando con lui dei legami di cortesia, da un'altra lo illude ancora di più sulla sua potenza (cf 5,9 "Haman uscì lieto e con il cuore contento"), preparando per lui una più cocente disillusione e per gli ascoltatori ebrei interessati alla storia una più divertita rivincita.

Una osservazione è opportuna circa i vv. 5,7-8.  Una traduzione letterale lascerebbe intravedere una frase non compiuta: "La mia domanda e la mia richiesta... ". Sembra quasi che Ester stia esitando. D'altra parte, il suo modo di parlare subito dopo si fa elaborato, per tre volte afferma la sua totale dipendenza dal re, tanto da far sembrare che debba chiedere una grazia grandissima, e poi invece conclude ripetendo l'invito ad un secondo banchetto. È del tutto fuori luogo pensare, come fa sovente l'esegesi storico-critica, a un doppione conseguente a una duplice fonte o tradizione. Ester sta invece procedendo e parlando in modo tale da rendere impossibile al re di non esaudire alla sua vera richiesta, quando sarà giunto il momento giusto per farla. Dapprima Ester si dice dipendente dal favore del re: "Se ho trovato grazia agli occhi del re" (ma il testo ci ha detto prima che lei la grazia del re se la sa conquistare); in secondo luogo si affida al suo giudizio: "se al re sembra bene dare quello che domando e fare quello che chiedo"; e infine, una volta che il re dimostrerà il suo favore venendo al secondo banchetto, ella afferma che "farà come il re dice" (il tono ironico per antifrasi, dal momento che ormai sarà il re a fare quello che Ester dice, è del tutto perso nella traduzione Cei "risponderò alla domanda del re"). A questo punto, Ester ha i due uomini in suo potere: il re perché lo ha portato a fare quello che lei gli chiederà, Haman perché ubbidisce al re.

Riflessione. Per la prima volta, vediamo il potere esercitato da un personaggio giudeo e a partire da tre condizioni di svantaggio: Ester era una donna, una giudea, un'orfana. Di nuovo, Dio non è nemmeno qui nominato, ma per il lettore della Bibbia non costituisce una novità che Dio si serva di donne senza potere per portare avanti piani provvidenziali per il suo popolo. Si ricordi Rut, Deborah, Giuditta per i tempi anteriori o più o meno contemporanei a quelli del racconto. Il lettore del Nuovo Testamento non farà difficoltà a ricordare le parole del canto di Maria: "Ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata".

 

5,9-14    Haman costruisce il patibolo per Mardocheo

 

Il v. 5,9, diversamente dal solito stile del testo ebraico, ci dà una visione introspettiva  dei sentimenti di Haman, e ce lo mostra consapevole di aver raggiunto l'apice del suo potere. Tanto più appare incerto il destino di Mardocheo, che continua impeterrito nella sua ormai sconsiderata provocazione dell'orgoglio di Haman. Di fatto, anche la famiglia di Haman è coinvolta nell'affrettare la morte di Mardocheo, distinta da quella degli altri ebrei. Un palo è preparato per Mardocheo nel cortile di Haman.

Si  noterà che il consiglio decisivo ad Haman viene dato da un nuovo personaggio, la moglie Zeresh, il cui parere è seguito anche dagli altri consiglieri maschi. Al lettore che non ha dimenticato il primo decreto del re "perché ogni marito fosse padrone in casa sua" non sfuggirà la sottile ironia del testo.

Riflessione.  Soprattuto in questo capitolo, il personaggio di Ester appare incarnare i comportamenti ideali della "sapienza", mentre Haman quelli contrari della "follia". Nel momento cruciale della storia, il comportamento di Ester ricorda che anche quando Dio sembra assente (e nemmeno menzionato per nome), egli resta quanto mai presente e all'opera per mezzo delle azioni degli uomini di buona volontà.

 

6,1-11    Haman umiliato e Mardocheo onorato

 

Come pensava Mardocheo (cf 4,14!), le coincidenze fortunate non sono finite. Il testo ebraico lascia aperta se l'insonnia del re al v. 6,1 sia un puro caso o atto provvidenziale di Dio. Al solito le versioni greche e Giuseppe Flavio esplicitano invece che è Dio a togliere il sonno al re. Ma non basta: è proprio solo un caso che fra le tante memorie presenti in un archivio regale si va proprio a leggere dell'azione non ricompensata di Mardocheo? Ma non basta ancora: è proprio un caso che alla domanda del re "Chi c'è nell'atrio?" si scopra che di buon mattino proprio Haman sia già arrivato per chiedere la morte di Mardocheo?

Comincia ora una serie che è stata chiamata dei "silenzi multipli". Il re non rivela chi deve essere onorato; Haman non sa che è Mardocheo; il re non sa che Haman e Mardocheo sono nemici personali; Haman non dice al re la reale situazione. Si aggiunga che Ester non ha rivelato al re né la sua identità giudaica né la sua parentela con Mardocheo, e Haman è pronto a cadere nella trappola che egli stesso continua a costruire.

Si noti che il testo mette ben quattro volte in bocca ad Haman l'espressione "l'uomo che il re vuole onorare". In più, la prima volta, la frase nel testo ebraico suona come nominale e interrotta, quasi che Haman se la ripeta assaporando gli onori che egli sta per includervi: "L'uomo che il re vuole onorare... Si prenda la veste...". La sospensione è simile a quella usata da Ester in 5,7. La differenza è però notevole: Ester usa la pausa per evidenziare le sue espressioni di umiltà, mentre la pausa di Haman è seguita dal suo progetto grandioso di gloria,  dove si immagina praticamente uguale al re stesso.  

Il re, come sua consuetudine, segue senza discutere i consigli appena ricevuti da Haman, che si trova così a rendere personalmente al "giudeo Mardocheo" (proprio così lo indica ora il re) tutti gli onori che egli aveva sognato per sé. Come al solito, il testo ebraico si limita a dare una descrizione esterna della scena, mentre i testi greci provvedono a esplicitare i sentimenti di Haman, In più,le tradizioni rabbiniche aggiungono una nota di colore: quando la figlia di Haman vede passare la coppia per strada, immaginando che Haman sia la persona onorata in sella al cavallo e Mardocheo sia invece colui che a piedi guida il cavallo, vuota il suo vaso da notte sulla testa del padre. Quando poi scopre la verità, si uccide buttandosi dal tetto. Esplicitazioni e aggiunte che fanno risaltare la sobrietà artistica e letteraria del testo ebraico.

Riflessione. L'autore ha disseminato questo capitolo 6 di numerose coincidenze, senza mai dire chiaramente che esse non sono soltanto coincidenze,ma fatti dietro cui vedere l'opera provvidenziale di Dio. Fra i personaggi, Haman il folle non è sicuramente in grado di intravedere la differenza, Ester è assente in questo momento, e Mardocheo non  esterna nessun sentimento di fronte alla sua improvvisa salita nelle considerazione del re. Solo il lettore è pensato in grado di poter vedere nella successione degli avvenimenti molto più che semplici coincidenze, ma il narratore non si esprime su questo punto. «La mano di Dio negli eventi resta ambigua; una persona deve agire pur senza averne una sicura conoscenza» (Sidnie W. Crawford, op.cit., p. 915).

 

6,12-13  Haman è avvertito dai suoi consiglieri

 

Nel gioco delle inversioni di parte, ora spetta a Haman fare il lutto che prima aveva fatto Mardocheo (cf 4,1-3), con la differenza che ora Haman, senza saperlo, sta anticipando il lutto della sua stessa morte. Tornato a casa, i suoi consiglieri e la moglie gli consigliano in pratica di lasciar perdere il suo piano, poiché egli non potrà nulla contro il popolo dei giudei cui Mardocheo appartiene. Ma forse è ormai troppo tardi: egli ha cominciato a decadere di fronte al re in rapporto a Mardocheo, e il suo destino sembra già segnato. Ma il lettore aspetta ancora l'azione decisiva della regina Ester, perché se Mardocheo è per ora salvo, egli ritorna tuttavia semplicemente al suo posto di prima, ed è ancora esposto come tutti gli altri giudei all'editto del re, non solo ancora valido ma anche, secondo il costume persiano, irrevocabile.

Riflessione. Aspetti sapienziali (*** se...).

 

6,14-7,10 Ester, il re e Haman al secondo banchetto di Ester  (il settimo del libro)

 

Il v. 6,14 provvede al cambiamento di scena. La scorta che arriva per condurre Haman al banchetto è conforme alle usanza conosciute sui Persiani, e  ricorda la scorta inviata con lo stesso scopo per condurre la regina Vashti  al banchetto del re in 1,10-11. La notazione della fretta indica però che ormai le cose stanno precipitando fuori del controllo di Haman. Tuttavia, si terrà presente che di per sé Ester ignora la glorificazione di Mardocheo e la vergogna di Haman , che l'editto contro i giudei è sempre in vigore, così come anche Haman è ancora l'uomo più potente dopo il re.

Durante il banchetto, il re rinnova per la terza volta la sua domanda alla "regina" di manifestare la sua richiesta. Il momento decisivo è giunto. Di fatto, una traduzione greca introduce qui esplicitamente l'intervento di Dio che dà a Ester il coraggio di parlare e di superare la paura del nemico che gli sta di fronte. Il testo ebraico come al solito evita ogni intervento di Dio e ogni introspezione psicologica del personaggio. Tutto è affidato all'arte delle parole di Ester.

A questo proposito, si noterà che mentre il testo ha sempre detto che Ester "si guadagna" la simpatia di chi incontra, quando invece parla con il re essa lascia al re ogni credito, dicendo sempre e soltanto "se ho trovato grazia ai tuoi occhi". In più, Ester sembra rendersi conto di che cosa stia più a cuore al re, e espone la sua domanda in due parti simmetriche, che riprendono i termini usati dal re: nella prima chiede "la mia vita per quanto riguarda la mia domanda" e nella seconda "il mio popolo per quanto riguarda la mia richiesta".

Dopo le prime parole, Ester guadagna coraggio e passa a dire ciò che potrebbe suonare addirittura come un atto di accusa contro il re: "io e il mio popolo siamo stati venduti". Tuttavia, non solo la forma passiva e impersonale attutisce il peso della frase, ma anche, nella frase seguente, Ester passa a mostrare le cose dal punto di vista degli svantaggi che sarebbero derivati al re.

Nel v. 7,5 il re sembra cascare dalle nuvole, e paga così la leggerezza con cui aveva accondisceso al progetto di Haman, mettendo a rischio anche la vita della regina. Alla sua domanda di conoscere il colpevole di tutto, Ester toglie ogni maschera: "Un uomo, un avversario e un nemico:  Haman, questo malvagio!".            

A questo punto il lettore deve far ricorso a una buona sensibilità narrativa per accorgersi di come la scena è costruita con cura. Per la caduta di Haman il testo richiede il convergere di tre fattori, uno separato dall'altro, ma che il re mette insieme. Dopo che Ester fa il nome di Haman, e lo qualifica come "avversario e nemico", il re esce dalla sala. Perché? Il testo non lo dice, e introdurre delle introspezioni psicologiche, come ad esempio l'incapacità del re di prendere decisioni difficili (cf Bibbia PieEmme), è del tutto fuori luogo. Squalificare il re permette di fare prediche facili sul potere, ma toglie ogni base seria al punto centrale della trama. Intanto, l'assenza del re permette il successivo sviluppo, dando ad Haman l'unica occasione che gli resta per chiedere misericordia alla "giudea" Ester. E già questo è una bella soddisfazione per l'ascoltatore ebreo della storia. Ma, soprattutto,  solo quando il re rientra (e apparentemente non ha preso alcuna decisione), il testo dice, ed è il secondo fattore, che il re vede Haman prostrato sul divano della regina, gesto che dal drammatico passa al tragicomico, perché il re collega la visione con la consuetudine tipica nei colpi di stato di impadronirsi di quanto è più personale del re, cioè della stessa regina ("davanti a me e in casa mia"). Tanto più, ed è il terzo fattore, che uno dei funzionari di corte apporta la seconda accusa indispensabile e decisiva per poter eseguire la sentenza già significata contro Haman velandogli il capo: Charbonà fa sapere del palo fatto preparare nella casa di Haman contro Mardocheo, proprio l'uomo che il re aveva voluto onorare per avere sventato un complotto contro di lui. Per il re non sussiste più alcun dubbio. Gli eventi assumono il contorno di un vero e proprio colpo di stato, con le conseguenze usuali in questi casi: l'impiccagione del responsabile Haman e l'eliminazione successiva di tutti i suoi familiari (9,10.14).

Infine, la frase conclusiva di questo capitolo è per ironia solo apparentemente tranquillizzante. Il testo aveva detto già in 2,1 che l'ira del re si era calmata. Quella volta, una regina ci aveva rimesso il posto e poi il re si era rammaricato ed aveva proceduto alle decisioni che avevano scatenato la storia. Non è detto che il re non possa avere pure ora dei ripensamenti.

Riflessione. Sovente, come si loda Ester per il suo coraggio di denunciare Haman di fronte al re, così la si condanna per non aver poi intercesso per la vita di lui al momento della condanna. Ci si può tuttavia chiedere se una tale condanna non sia dovuta a un certo modo culturale di concepire il ruolo delle donne, più che a una attenta valutazione delle opportunità della trama. Ci si chieda, ad esempio: se si sarebbe condannato Mardocheo allo stesso modo se fosse stato al posto di Ester? Forse no, o non si sarebbe nemmeno posto il problema. Ma da Ester, una donna e per di più tanto beneficiata dalla sorte, ci si aspetta un atteggiamento più misericordioso. Gli stessi che condannano Ester, sembrano non condannare allo stesso modo Giuditta, che pure taglia la testa a Oloferne (Gdt 13,6-10), o Debora che inchioda alla terra la testa di Sisara con un paletto da tenda (Gdc 4,17-22). Ester non fa niente di simile, lascia soltanto che Haman cada nella trappola che egli stesso aveva malignamente preparato per Mardocheo. Chiedere pietà ora per Haman avrebbe significato contraddire le esigenze della giustizia e gli insegnamenti della sapienza, lasciando irrisolto il problema centrale del destino dei giudei. Senza contare, infine, che Haman è in ultima istanza condannato per quello che al re appare come un tradimento nei propri confronti, per cui chiedere misericordia per il nemico del re avrebbe significato anche per Ester schierarsi contro di lui. È bene quindi non far prevalere le esigenze culturali di un ideale femminile sopra le esigenze della trama di un racconto. Per parlare di misericordia, al maschile come al femminile, la bibbia avrà altri racconti.

 

8,1-2      Trionfo di Ester

 

I vv. 8,1-2 segnano il lieto fine di una giornata che ha visto numerosi rivolgimenti. I beni di Haman vengono confiscati, secondo la consuetudine del tempo contro i traditori, e dati alla "regina" Ester  (una traduzione greca li fa dare invece a Mardocheo, seguendo una mentalità più maschilista). La parentela di Mardocheo con  Ester viene rivelata, e il re consegna a Mardocheo il sigillo regale ritirato da Haman. Ester pone Mardocheo alla guida dei suoi nuovi beni.  Le parti sono definitivamente rovesciate.

Riflessione. Sarebbe possibile pensare di terminare qui la storia con la frase solita "e vissero felici e contenti"? Farlo, però, equivarrebbe a dimenticare il primo suggerimento di Mardocheo a Ester in 4,13: "Non pensare di salvare solo te stessa fra tutti i giudei, per il fatto che ti trovi nella reggia".  Il lettore coinvolto nella storia sa che resta ancora il problema fondamentale: i decreti del re sono in Persia irrevocabili, il conto alla rovescia verso lo sterminio del tredici di Adar è stato lanciato, impossibile fermarlo. Il lieto fine della storia di Mardocheo è precario, e, anche se nemmeno ora il nome di Dio viene fatto, la persistenza del male e la provvisorietà del bene sembra suggerire che l'esigenza di una stabilità che in definitiva deve ancora trovare il suo fondamento ultimo. In Dio? Il lettore è portato a pensarlo proprio da un testo che evita di nominarlo.

 

Est 8,3-17 Sconfitta della trama di Haman

 

Anche se la caduta di Aman è compiuta ed Ester è vittoriosa, rimane un problema. L'editto di Aman è ancora in vigore, e, secondo gli usi legali dei Medi e dei Persiani, non può essere annullato. Il genocidio è ancora in programma per il giorno 13 di Adar.

 

8,3-8      Le richieste di Ester al re

 

Ester è di nuovo il personaggio principale e riprende a parlare al re, senza supporre una nuova udienza. Essa si prostra senza problemi di fronte al re (ciò che conferma l'aspetto personale del rifiuto di Mardocheo di prostrarsi davanti a Haman), e i suoi gesti e le sue parole appaiono più preparate e cariche di emozione rispetto alle precedenti (è la prima volta che Ester piange nel testo ebraico). Ciò serve a mostrare la realtà del pericolo che ancora incombe sui giudei, nonostante la scomparsa di Haman. Si noti come Ester diminuisca la responsabilità del re, qualificando l'editto come "macchinazione di Haman" (l'editto potrebbe essere dunque revocato?), e come parli non in nome dei diritti umani generali, ma in nome della parentela che la lega personalmente ai suoi connazionali. La sua impetrazione è di tipo emotivo, non etico. Con questo re e con questo tipo di potere, sembra funzionare meglio. Ester raggiunge ora una maturità di personaggio, consapevole della propria influenza sul re e della propria identità e appartenenza al popolo giudaico.  Al v. 8,7, il re, dopo aver ricordato ciò che ha fatto contro Haman, quasi a volersi scusare di non poter abrogare il decreto regale irrevocabile (diversamente da 7,8-10 ora l'accento è posto sul complotto di Haman e non sul tradimento), incarica Ester e Mardocheo di scrivere "voi" un nuovo decreto "come vi parrà bene" (il "voi" apre in posizione enfatica la frase ebraica del v. 8,8). Pur dando la sua approvazione in anticipo, sembrerebbe che il re lasci ai giudei stessi di risolvere i loro problemi.

 

8,9-14    Mardocheo scrive un nuovo editto

 

Per meglio capire il testo del "decreto di Mardocheo" bisogna notare che esso è scritto sulla falsariga del "decreto di Haman", dando ai giudei il diritto di legittima difesa (evidentemente prima negato), ma descrivendo la loro controffensiva con gli stessi termini suggeriti da Haman ai loro nemici "distruggere, uccidere, sterminare, compresi i bambini e le donne" (cf 8,11 e 3,13). In questo caso, sembra operante sullo sfondo non solo il concetto di giustizia retributiva tipico della legge del taglione, ma anche il concetto di "guerra santa" tipico delle "leggi deuteronomiche" (alla cui interpretazione bisognerebbe rimandare). Sembra un espediente poco verosimile, escogitato per aggirare il problema morale, quello di suggerire che si tratti di una citazione del decreto di Haman, per cui si tratterebbe delle donne e bambini giudei, che i giudei maschi devono difendere insieme con la loro vita.

Il passo, come 3,15 termina con la promulgazione del decreto a Susa, con la differenza che ora invece dell'angoscia regnerà la festa.

Riflessione. Invece che porsi il problema, da un certo punto di vista più storico che morale, della "legge del taglione" o della "guerra santa", è più vicino alla nostra cultura e vita quotidiana riflettere sulla situazione un po' tragicomica della necessità di fare una legge per permettere ai giudei di difendersi. Ciò dipende da un lato dal fatto di considerare una legge irrevocabile e assolutamente costringente una volta emessa, e dall'altro dal pensare che per ogni cosa sia necessaria una legge. Le circostanze del racconto lascerebbero pensare, da un lato, che se c'è un decreto per perseguitare i giudei, allora li si deve perseguitare, che uno lo voglia o no, e, dall'altro, che se la legge non dice che i giudei possono difendersi, allora di fatto non possono difendersi. Comportamenti simili sono stati presenti durante la shoâ. Non solo militari, ma anche semplici civili si sono messi la coscienza a posto poiché si attenevano alla legge o "eseguivano gli ordini". È possibile lasciarsi intrappolare da una visione legalistica della giustizia fino a perdere ogni nozione dei valori sui quali le leggi stesse dovrebbero essere fondate.

Nella pagina dell'adultera (Gv 7,53-8,11), l'automatica esecuzione della legge è posta in crisi dalla priorità del soggetto che "fa" la legge ed "è" persona di fronte a persona, arrivando a riportare la legge al suo scopo di salvare la vita e non di perderla. Il risultato finale della pagina evangelica è che non si tratta di salvare la legge per salvare le persone,  ma di salvare le persone per salvare la legge. In fondo Mt 7,12 non dirà, in modo ebraico, diversamente: "Tutto quanto volete che gli altri facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infati è la Legge e i Profeti".

 

                                                                              Aggiunta E Decreto di riabilitazione 8,12a-v

 

8,15-17  Apparizione onorifica di Mardocheo. Banchetti di festa (ottava menzione)

 

Secondo alcuni, potrebbe trattarsi della scena conclusiva, a lieto fine, di una prima edizione del libro di Ester . La scena ricalca per inversione o per rassomiglianza scene precedenti nel medesimo libro di Ester e nel resto della Bibbia.  Si noterà l'assenza di Ester, quasi che il mondo androcentrico in cui il testo nasce sia incapace di riconoscere "a Ester quello che è di Ester". Qualsiasi traccia di antisemitismo è assente, confermando che Haman era contro i giudei non perché "pagano", ma perché "discendente di Agag".

Durante la lettura alla festa di Purim, questi versetti sono prima detti a voce alta da tutta l'assemblea, poi letti dal lettore.

Riflessione. La descrizione della gloria di Mardocheo richiama da vicino quella di Giuseppe in Gen 41,42. Un lettore attento della Bibbia, come si suppone siano gli uditori del racconto di Ester, non può non dedurne che Dio è stato a fianco di Mardocheo come già era stato a fianco di Giuseppe. Anche se il testo ebraico non nomina Dio, la teologia del libro di Ester è una teologia di salvezza. Una salvezza divina non spettacolare e miracolistica, ma incarnata nelle azioni degli uomini che Dio ama.

Nella tradizione cristiana, il progreessivo prevalere (sociologicamente androcentrico) della figura di Mardocheo su quella di Ester, arricchirà una visione tipologica del libro riferita al ruolo di Gesù.  Non si tralascerà tuttavia una differenza importante: nella visione cristiana la glorificazione o anticipa il martirio  (Trasfigurazione) o segue il martirio (Ascensione, Apocalisse), mentre la glorificazione di Mardocheo avviene dopo che egli evita il martirio. Il libro di Ester non è fatto per esaltare il sacrificio dei martiri, ma per lodare un Dio che tutto sommato fa di tutto e moltiplica le coincidenze favorevoli per non averne.