Sguardo retrospettivo sul libro “fondante” della Genesi, a partire dalla “storia di Giuseppe”

 

Quella che comunemente è chiamata "storia di Giuseppe" è in realtà nel libro della Genesi l'ultima delle "dieci generazioni" in cui è strutturato il libro stesso, e ha come titolo "Queste sono le generazioni di Giacobbe" (37,2). Si tratta quindi di una storia di famiglia, e non di un personaggio individuale. Più precisamente, si tratta di come i figli di Giacobbe arrivano ad essere il gruppo unito dei dodici capostipiti delle tribù d'Israele, proprio nel mentre che rischiano di dividersi e di distruggere la “famiglia della promessa”.
Tutta la storia nasce dal fatto che Giacobbe ha un rapporto preferenziale con Giuseppe (cap. 37), e poi con Beniamino (capp. 42ss), i figli avuti in tarda età dalla moglie Rachele, anch'essa amata più di Lia (cap. 29). In più, anche Giuseppe, da parte sua, approfitta di questa "elezione". Egli racconta i suoi sogni di grandezza ai fratelli (37,5-8) e al padre (37,9-10), e crede di poter sfruttare i segni della benevolenza di cui gode (37,3.23). Per questo i fratelli "lo odiavano" (37,4) ed "erano invidiosi di lui" (37,11). Tuttavia, Giacobbe continua nel suo amore preferenziale per Giuseppe anche dopo che lo crede morto. La presenza degli altri figli non può consolarlo della mancanza del suo figlio prediletto (37,35).

Per Giacobbe, uno sviluppo importante del racconto arriva, da questo punto di vista, quando Giuseppe, come viceré dell'Egitto e non ancora riconosciuto dai fratelli, chiede che gli portino il loro fratello più piccolo, Beniamino (42,16). Il padre, in un primo momento, rifiuta; ma quando, finite le riserve di viveri, Giuda gli fa osservare, in modo deciso e sofferto, che per salvare tutta la famiglia dalla fame è necessario ottemperare al desiderio del "viceré" d'Egitto, Giacobbe rinuncia ai suoi sentimenti di preferenza e lascia partire Beniamino (43,13).

Per Giuda e per i fratelli, momento chiave è quando Beniamino si trova in pericolo di morte, a causa della coppa "trafugata" trovata nel suo sacco (cap. 44). Giuda, nel suo discorso (44,18-34), "riconosce" le colpe dei fratelli e parla della preferenza di Giacobbe per Beniamino e lo "scomparso" Giuseppe mostrando ormai di accettare i sentimenti di "elezione" del padre, e offrendosi di restare in Egitto al posto di Beniamino.

A questo punto i problemi iniziali sembrerebbe risolti, ma non lo sono ancora del tutto. Oltre la "conversione" dei fratelli e di Giacobbe è necessaria anche la "conversione" di Giuseppe. Dopo la riconciliazione con i fratelli (cap. 45) e il ricongiungimento con il padre (cap. 46), quando Giacobbe sta per morire, Giuseppe presenta al padre i suoi due figli perché li benedica (cap. 48). Li presenta però in modo tale che la destra di Giacobbe si posi sulla testa del suo primogenito Manasse e la sinistra sulla testa del secondogenito Efraim. Con sua grande sorpresa, però, Giacobbe incrocia le braccia e pone la sua destra sul figlio più piccolo, invertendo così i rapporti di primogenitura (48,14). Si tratta di una scena "simbolo" nella tradizione ebraica, e il suo significato è molto importante.

Dopo che il racconto ha mostrato che, per poter ritrovare l'unità della famiglia, è necessario rinunciare a dei rapporti di "elezione", ora invece sembra rinnovarli. Ricomincerà forse una storia di conflitto? In realtà, no. Anche se Giacobbe, confermando a Giuseppe di aver incrociato consapevolmente le braccia (48,19) e nominando Efraim prima di Manasse (48,20), ha "preferito" il secondogenito al primogenito, tuttavia le sue parole di benedizione escludono una rivalità tra i fratelli. Ormai la formula di benedizione li includerà tutti e due : "Di voi si servirà Israele per benedire, dicendo: Dio ti renda come Efraim e come Manasse" (48,20). Tutto si svolge come se ora i protagonisti del racconto, dal padre ai fratelli fino a Giuseppe, abbiano compreso il modo giusto di vivere le “preferenze” del padre.

Per Giuseppe, tuttavia, il cammino non è ancora concluso. Scena chiave è l'ultima del libro, quando, dopo la morte e i funerali del padre, i fratelli temono che sia giunto il momento della sua vendetta (50,15). Si ricordi che anche di Esaù si era detto che aspettava la morte del padre Isacco per vendicarsi dell'inganno patito da Giacobbe (27,41). A questo punto, però, Giuseppe mostra di non credere più nella realizzazione dei suoi sogni iniziali di superiorità. O meglio: li interpreta non più nel senso del comando, ma del servizio. Quando i suoi fratelli "si prostrano" davanti a lui, impersonando finalmente i covoni che nel sogno “si prostravano” davanti al covone del loro fratello borioso, Giuseppe smentisce la sua precedente smania di grandezza e dice loro: "Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso"(50,20).

A questo punto, tutte le situazioni problematiche iniziali sono risolte e il racconto può terminare con la consegna a tutta la famiglia della promessa e del giuramento fatto ad Abramo, Isacco e Giacobbe (50,24).
La "storia di Giuseppe" è quindi molto più che un "esempio edificante" a intento morale. Si tratta in realtà della riflessione più approfondita sullo statuto "teologico" del popolo di Israele. Israele sa di essere il "popolo eletto" di Dio. Mostra però anche di sapere che il rapporto di "elezione" non va vissuto come un privilegio che generi separazione, invidia e disastri, ma come una strada che generi benedizione per tutti. Giacobbe e Giuseppe devono rinunciare al loro primo modo di vivere il loro rapporto "elettivo", mentre i fratelli devono imparare ad accettarlo nel suo senso di salvezza.
 

A questo punto, però, è bene dare uno sguardo indietro a tutto il libro della Genesi, per capire che, in fondo il libro "fondante", dalla prima pagina all'ultima, non ha parlato di altro.

 

Il rapporto di "elezione" del popolo non mi sembra altro che l'ultimo sviluppo di quel sentimento di "vicinanza" o di "desiderio di vicinanza" con Dio che è tipico di ogni "uomo religioso", di ogni credente. Detto in modo piuttosto generale e bisognoso certo di precisazioni, questo sentimento può essere considerato un fattore da includere nella costituzione dell'uomo "fatto a immagine e somiglianza" di Dio. Per descrivere questo concetto di "immagine e somiglianza" noi non abbiamo fatto ricorso a informazioni fuori testo, ma abbiamo cominciato con il dare importanza alla diversa "immagine" narrativa che di Dio forniscono il primo e il secondo capitolo della Genesi.

Nel grande prologo innico di Gen 1, Dio appare come un personaggio onnipotente. Gli basta dire le cose e le cose sono come devono essere ("vide che era cosa buona" viene ripetuto sette volte). Egli decide e prevede tutto, sempre senza nessun ostacolo. Al contrario, nel cap. 2, la prima volta che parla all'uomo la sua parola in realtà rivela che le cose possono non essere come egli desidera (cf 1,16: mangia di tutto, ma di quell'albero no, perché altrimenti…), e la seconda volta egli inverte la frase ascoltata per sette volte nell'inno iniziale: "Poi il signore disse: non è cosa buona … " (1,18).

Questo contrasto trova senso nella struttura in due tempi del cosiddetto racconto della "costola". Nel primo tempo l'uomo è costituito sopra "tutte" le cose che vengono create a immagine del Dio del primo capitolo: egli ha tutto, gratuitamente, e deve dare il nome alle cose ("qualunque nome"), allo stesso modo con cui Dio nel primo capitolo dava egli stesso il nome che voleva alle cose (1,19). Ma in questo mondo nato "dal suolo", dalla stessa origine dell'"adamo", e dunque il mondo dell'uguaglianza, l'"adamo" non trova un aiuto che gli sia simile (si noti che il testo non usa il termine "uomo" se non dopo aver nominato la "donna" alla fine del v. 23!).

Dopo il giudizio dell'adamo, Dio si sottopone ad un secondo tempo, dove però non parte dal “suolo”, dalla materia "uguale", ma dalla "costola", materia che appartiene all'adamo e che l'adamo deve perdere ("rinchiuse la carne al suo posto") e accettare di perdere ("carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa"), non più per entrare nel mondo dell'"avere tutto" e "avere gratis", ma per entrare in un rapporto di "essere" con "una" donna, alla quale non "impone" un nome qualsiasi, ma un nome che anch'esso sa di "scambio": "la si chiamerà "issha" perché da "ish" è stata tratta”, la si chiamerà "sposa" dallo "sposo". In breve, il "mondo del suolo" era quello dell'uguaglianza, dell'avere, tutto e gratis, il mondo del potere, mentre, per differenza, il mondo della costola è invece quello dell'essere, del perdere, del donare, del mettersi a disposizione, a servizio.

A questo punto, il racconto, avendo toccato il segreto che cambia tutto, ne reduplica subito la presenza sotto altra figura, e mostra l'uomo che "abbandona" padre e madre allo stesso modo con cui ha "perso" costola, ma solo così i due scoprono di poter essere ormai "una cosa sola" (1,24).

Avevamo notato che in questo modo, però, l'uomo non faceva altro che seguire l'immagine di Dio, il quale nel racconto è il primo personaggio che ha "perso" qualcosa: egli ha perso, per dir così, il primo tempo, ha accettato il giudizio negativo dell'adamo, e ha accettato di ricominciare con un diverso "saper fare" che inaugura quel divino "abbandono dell'uguaglianza" e quel totale "mettersi a servizio" che noi, come cristiani, riconosceremo come caratteristiche dell'incarnazione del Figlio di Dio, il Cristo (cf Fil 2,6-11).

I valori stabiliti come positivi nella ricerca di un "aiuto simile" nei rapporti tra esseri umani, in realtà il libro della Genesi li indica validi anche nella ricerca del giusto rapporto religioso tra l'umanità e Dio.

Il rapporto di dono e di servizio viene subito invertito nella tentazione del cap. 3. Ciò che è sbagliato nella tentazione del cap. 3 non è il contenuto, poiché "essere come Dio" e il "mangiare l'albero della vita" sarà il traguardo che la Bibbia stessa offrirà ai credenti nel suo ultimo libro, l'Apocalisse (cap. 22). Del resto, i nostri canti natalizi dicono che "egli si è fatto come noi per farci come lui". Ciò che è sbagliato è l'iniziare una strada di "concorrenza" invece che di "dono".

La medesima inversione di valori è presente, in modi diversi, in altri punti nodali del libro della Genesi: al cap. 4, nel rapporto privilegiato che Eva vuole stabilire tra Caino e Dio ("ho acquistato un uomo con il Signore"), ma che Dio inverte "scegliendo" Abele, il "fragile"; al cap. 6,1-4, quando al tentativo dei "figli di Dio" di introdurre una vita divina nel mondo, Dio ribadisce che ciò che è mortale resta mortale; al cap. 11,1-9, quando al tentativo degli uomini di "penetrare nei cieli" Dio risponde rilanciando la loro "diffusione" sulla terra.

Con Abramo comincia una "pedagogia" più positiva. I patriarchi impareranno dalla loro esperienza, e i lettori impareranno dalla loro lettura, il modo con cui l'uomo religioso e Dio entrano in un rapporto di "elezione". I racconti di Abramo e Isacco forse costituiscono soprattutto l'apprendimento che la "preferenza" di Dio è del tutto gratuita. Isacco è il figlio della promessa, ma nasce due volte: dalla sterilità di Sara e dalla fede di Abramo che lo restituisce totalmente a Dio. Leggendo i racconti di Giacobbe e delle sue peripezie, forse apprendiamo soprattutto che la "elezione" di Dio passa attraverso i mille imbrogli dell'animo umano. Leggendo la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli apprendiamo soprattutto che Dio non abbandona i suoi eletti ai loro misfatti, ma riesce ancora a far loro ritrovare la strada attraversa la quale diventeranno una benedizione per tutti.

Storia di ieri o storia di oggi? Quelli che oggi si dicono “eletti” vi troveranno qualcosa da “riconoscere”? Storia di ieri per capire e fondare l'oggi. "Genesi", appunto.
(ap)