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Che festa, che grande festa per la Madonna del Rimedio:
unica, straordinaria. Quest’anno ancora più splendente; illuminata e guidata da
una fede universale, oltre la vacuità del tempo e le ristrettezze dei confini.
Che senza affidarsi alle suggestioni del marketing pubblicitario raduna dentro e
attorno l’antica basilica ventimila persone. E ieri, nel devoto sabato di
grandissima festa forse anche trentamila. Mai vista tanta gente, dicono i
torronai che pure di sagre e di patroni ne hanno visto tanti.
Una folla immensa di pellegrini che dalle cinque del mattino ha partecipato alle
messe, una ogni ora, fino all’apoteosi della celebrazione dell’arcivescovo Pier
Giuliano Tiddia. Alle sette del pomeriggio, quando i riflettori di Videolina si
sono accesi sulla diretta a compensare il chiaro rosso del sole che incominciava
a spegnersi dietro la basilica, le parole del vescovo rifinivano una giornata
indimenticabile. «Figli di Oristano, la Madonna del Rimedio resterà sempre con
voi, vi assisterà in ogni vostro atto: pregate». Due, tremila persone hanno
pregato e cantato le lodi: aiutaci, Signora, rimedio di ogni male. Ieri, un
oristanese su due ha risposto all’appuntamento con la Vergine, come sempre.
Quest’anno forse qualche numero in più, anticipato dal gran pienone già dalle
cinque del mattino per la prima messa celebrata da monsignor Cenzo Curreli.
Lungo via Cagliari e sul ponte del Tirso si è snodato un rosario ininterrotto di
fedeli che scioglievano il voto in una maratona di fede. «Preghiamo la Madonna
per avere pace, giustizia, libertà in questi tempi tanto difficili», ha esortato
monsignor Correli. Il “preghiamo” è salito solenne, quasi urlato da un popolo
che, sembra quasi un miracolo, solo per il Rimedio e a tratti per la Sartiglia
riesce a ritrovarsi e a ritrovare tutto il suo antico orgoglio, la fierezza dei
loro padri, la nobiltà intellettuale che un tempo li faceva primi nell’Isola e
secondi a pochi altri. Almeno per un giorno, per l’8 settembre, non più apatici
e disinteressati, tanto meno mantidi voraci che distruggono anche le cose più
care; almeno per un giorno gelosi custodi di un mondo che vorrebbero
riconquistare. Per il Rimedio l’oristanese rivendica la sua appartenenza,
riserve le pagine più belle della sua storia straordinaria di capitale di un
piccolo grande regno, riscopre il suo orgoglio e lo manifesta al mondo.
In maniera anche plateale, come si conviene alle genti di antico valore abituate
a stupire. Non a caso nel piazzale del sagrato si sono dati appuntamento
centodieci bancarelle di ogni genere e tipo, venti arrostitori che hanno
distribuito negli stazzi di canne e sacchi di tela 30 quintali di muggini (di
Cabras ma anche di Orbetello), quindici di anguille, arrostito più di duecento
maialetti e non si sa quanti chili di salsicce. Divorato centinaia di chili di
torroni, non tutti di Tonara e di miele, scolato mille e passa casse di birra e
ettolitri di vino rosso.
Ma dove mai uno può avere ancora la fortuna di trovare in questa Sardegna
omologata dagli hamburger e patatine fritte in oli puzzolenti, da omelette e
spaghetti in salsa verde surgelata, tutto quel ben di Dio. Dove se non al
Rimedio, una delle poche feste, per non dire l’unica, che ancora vive con i soli
megafoni della devozione che passa dal padre al figlio e che continua così nel
tempo. Una festa diversa da tutte le altre, che non ha mai conosciuto e mai
conoscerà i dj, le orchestrine, i tenores e neppure gare a chitarre e a poesia.
Niente, perché questa è una festa diversa e per anche questo unica e
irripetibile. Irripetibile persino negli odori dei muggini e dei maialetti
arrosto, della birra e del vino rosso. Nel respiro delle migliaia di persone fra
chiesa e stazzi, bancarelle e panchine.
Dovunque, alla ricerca di un sogno umano e di una speranza divina.
Antonio Masala
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